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La Palazzola e il Metodo Ancestrale

L’Umbria è una regione troppo spesso sottovalutata nel mondo vinicolo italiano! E lo si capisce bene dopo aver visitato l’Azienda Agricola La Palazzola, a Vascigliano, in provincia di Terni.

Azienda che produce vini naturali, e che fa del rispetto del terreno e della vigna la propria filosofia aziendale.
Ad esempio, sono oltre quindici anni che il terreno non viene lavorato, l’inerbimento è spontaneo e controllato da un esercito di oche, che lavora indefesso nei campi.
Nemmeno usano rame o zolfo in vigna (se non, al massimo per un paio di volte, nelle stagioni più brutte, mai sette o otto volte come spesso avviene).
E’ noto, infatti, che tanto più sana è l’uva, tanto più si lavora bene in vigna, tanto più è semplice evitare trattamenti sanitari.
Anche l’uso della solforosa è molto limitato, ma non viene visto come un tabù, anzi non avverto nessun approccio integralista, semplicemente equilibrio e competenza. I valori massimi sono intorno ai 30/40 mg/l, quindi nettamente al disotto dei limiti di legge.

Tuttavia, appena arrivo vedo un trattore che sta proprio facendo un trattamento, seguito dalla sua vivace nuvola di sostanze nebulizzate. Quali sono? Ortica, equiseto, malva, salice e propoli. Una volta dosate opportunamente, si prepara un infuso di queste erbe, che poi viene irrorato in vigna.

Per ognuna di queste erbe c’è una ragione ben precisa.

L’ortica è una pianta urticante che crea un film superficiale tale da evitare il contatto con l’acqua per piogge fino a due giorni consecutive; l’equiseto (o coda di cavallo) è la pianta che contiene la maggior parte di silicati, che hanno una forte capacità assorbente, e quindi gioca un ruolo fondamentale nel caso di eccesso di acqua; il salice ha la scorza ricca di un salicilato da cui si ottiene l’acido acetilsalicilico, che è il principio attivo dell’aspirina: un perfetto antibatterico.

Per finire, la propoli è un cicatrizzante naturale.

 

 

Come dicevo anche l’uso di rame e zolfo è molto limitato, anzi proprio nullo nella maggior parte delle annate.
Perché’, visto che è pacificamente accettato anche dai vignaioli naturali più oltranzisti? In effetti, ha un’azione di bloccaggio superficiale delle principali malattie fungine: oidio e peronospora; il film superficiale di rame evita che i funghi possano entrare all’interno dell’acino. Sembra però dimostrato che l’uso prolungato nel tempo possa provocare sterilità del terreno. Ecco il motivo per cui lo evitano.

La Palazzola possiede circa 26 ha di vigneti, posti a un’altezza di 300 metri circa; terreni in genere argilloso-calcarei e ricchi di scheletro, ma sono anche presenti marne, specialmente nella zona alluvionale che scende verso il torrente, proprio vicino all’ingresso dell’azienda. La produzione annua si aggira intorno alle 125.000 bottiglie annue, distribuita tra l’estero e l’Italia.

Il Patron della Palazzola è Stefano Grilli, ingegnere nucleare, che dopo una breve carriera nell’ambito della ricerca, inizia a prendere le redini della proprietà di famiglia, e la sua passione per il vino fa il resto. Studi, viaggi e sperimentazioni fanno parte del suo bagaglio culturale e la loro applicazione alla propria terra è un passaggio naturale.

Non è un caso che proprio lui, per primo in Italia, introduca il “metodo ancestrale”. Cita con soddisfazione il famoso “interpello Grilli”, che portò successivamente all’accettazione e definizione giuridica del metodo ancestrale stesso. Si tratta di una tecnica per la produzione spumantistica che prevede di far fermentare il vino fino a circa 2,4% (che corrispondono a circa 24 grammi/litro di zuccheri), bloccando poi la fermentazione riducendone la temperatura a 2.7 gradi Celsius.

Solo in questo caso i lieviti utilizzati sono quelli selezionati del Prof. Castelli, altrimenti rigorosamente indigeni per ampliare lo spettro olfattivo dei proprio vini.

Questo vino/mosto viene poi imbottigliato e continuerà la fermentazione, senza aggiunta di liqueur du tirage. Seguono poi tutte le altre fasi di produzione dello spumante: riposo sui propri lieviti, remuage, sboccatura, ecc.

E’ un metodo complesso, che richiede maestria e tecnologia, soprattutto quella della gestione del freddo; fino a 20/30 anni fa sarebbe stato impossibile controllare l’intero processo. Ricordiamo che lo stesso Champagne nacque proprio in questo modo, sebbene oggi questa metodologia di produzione sia vietata.
Il metodo ancestrale permette anche di risolvere un altro aspetto della vinificazione dello spumante: quella di non andare troppo su con l’alcol. Tale aspetto non è apprezzato negli spumanti, anche perchè la produzione dell’anidride carbonica sarebbe ostacolata. Quindi l’obiettivo è quello di non salire troppo con la gradazione alcolica, rimanendo intorno al 12.5%, e utilizzare uve di qualità e mature, in grado di apportare il giusto quantitativo di zuccheri.
Il metodo ancestrale soddisfa pienamente queste richieste.

Un altro vino di grande particolarità è il loro unico bianco, fermo: il verdello, che affina in anfora. La ragione dell’anfora è legata alla tradizione passata in cui, nelle zone in cui la disponibilità di legno era limitata, l’anfora era il contenitore utilizzato in alternativa. La dote principale della terracotta era la possibilità di permettere l’ossidazione, che ha il vantaggio di far durare il vino.
Mettendo nella terracotta il vino, lo si porta vicino la punto di massima ossidazione, rendendolo cosi stabile e duraturo nel tempo. La terracotta era già impiegata in epoca romana: il dolium.

Quest’ultimo era un contenitore di terracotta di forma sferica, con altezza compresa fra 1,50 e 1,60 metri e larghezza superiore a 1,50 metri nel punto di massima espansione. La sua capacità era di circa 1500-2000 litri ed era adibito prevalentemente al trasporto di vino. A tal proposito è da notare che dalla dismissione di tali anfore è nato il “Monte dei Cocci” a Roma.

Una vera e propria “discarica” di epoca romana, ubicata nel cuore di Roma, all’interno del quartiere Testaccio. Gli antichi romani, infatti, erano soliti scaricare gli scarti di “cocci”, e anfore olearie sbarcati dal vicino porto fluviale sul Tevere e destinate alla vendita. Tali cocci, accumulandosi nel tempo, hanno finito per costruire una vera e propria collinetta in cui oggi è possibile passeggiare, alla scoperta di interessanti reperti risalenti al III secolo d.C.

Le anfore hanno anche altri aspetti positivi, come ad esempio, il fatto di non condurre correnti e quindi nessun campo elettromagnetico può influenzare il vino, come può accadere in un tino di acciaio, tuttavia sono prone alla possibilità di malattie.

Alla Palazzola, le anfore sono utilizzate per far riposare il vino, dopo la fermentazione, che avviene in legno, permettendo la microssigenazione che rende stabile e durevole il vino. I bianchi non fanno contatto con le bucce quindi non sono degli “orange wine”. Alla Palazzola il legno viene amato particolarmente, hanno infatti oltre 300 tra barrique e tonneau.

La varietà di vitigni de La Palazzola è un altra delle loro peculiarità e punti di forza. A bacca bianca abbiamo: Riesling, Traminer aromatico, Sauvignon Blanc, Chardonnay, Viogner, Grechetto, Trebbiano, Malvasia, Verdello Pinot Bianco e Grigio. Come vitigni a bacca nera troviamo: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Sangiovese, Petit Verdot, Mourvedre, Syrah, Ciliegiolo e Pinot Nero.

Il Riesling è quello che mi colpisce di più, e Stefano Grilli mi spiega la ragione della scelta. Non trovandosi i suoi vigneti all’interno di una DOC particolarmente blasonata (DOC Amelia), si è sentito libero di sperimentare, insomma era svincolato dal peso del blasone della DOC.

Essendo convinto che la vera qualità di un vino nasce in prima battuta dalla cura e attenzione dell’uomo, e solo secondariamente in funzione del terreno, inizia a sperimentare i migliori cloni dei vitigni, anche sfruttando l’aiuto prezioso del direttore dei vivai di Rauscedo.

Nel corso delle sperimentazioni e, scontrandosi all’inizio con normative, che da “uomo di scienza”, stenta a comprendere, inizia un rapporto, che diventa sempre più stretto con Riccardo Cotarella, che lo aiuta e tuttora accompagna nel suo ingresso nel mondo vinicolo italiano.

L’azienda produce anche ben quattro vini dolci: una vendemmia tradiva, di traminer e sauvignon, che nasce quasi per caso, in quanto un anno si accorsero che la botrytis aveva attaccato le uve di una parte del vigneto. E da quell’anno hanno iniziato la produzione di questo vino passito.
Oggi la vendemmia avviene in genere tra inizio ottobre e inizio novembre, e comunque quando circa l’80% delle uve è “arrostita”.

Ci sono poi due vin santo, uno di trebbiano e malvasia e uno di Sangiovese, chiamato Occhio di Pernice, entrambi molto intensi, carichi di profumi e sapori. Per finire addirittura un Eiswine. O Icewine? Chissà qual è la denominazione giusta visto che non siamo ne’ Germania ne’ in Canada. Infatti il nome del suo vino è “uve gelate”. Anche in questa occasione delle circostanze particolari, fecero si che intorno a metà ottobre ci fu una importante gelata, con temperature che scesero intorno ai -5 gradi centigradi, e quindi sperimentarono questo vino, che era un’altra novità assoluta per l’Umbria.

Passiamo ora a qualche nota di assaggio. Beh, il mio interesse per il Riesling mi porta a chiedere come mai oggi lo vinifichino solo spumante. La risposta, molte semplice, è legata alle quantità disponibili. Tuttavia ci sono in cantina delle bottiglie vecchie.

Allora apriamo un Riesling 1993: quindi ben 27 anni ci separano da lui.

Colore oro, di una lucentezza decisa, i profumi, meravigliosi, che in pochi minuti esplodono, sono di frutta matura, ananas, tropicale, miele, ginestra, camomilla secca e erba falciata e lasciata al sole. E poi la mineralità tipica del vitigno, non cosi ‘sfacciata’ come possiamo trovare in Mosella, ma chiaramente percepibile. Ancora dotato di buona freschezza, presenta un equilibrio invidiabile per un vino di quasi trenta anni, e una morbidezza che rende difficile abbandonare il bicchiere prima che sia finito.

L’altro vino provato è il verdello 2013 che affina in anfora. Intanto diciamo che l’etichetta è dell’artista Irene Veschi, che prosegue la tradizione di un progetto di etichette fatte da artisti, e che ormai arriva al ventesimo anno di vita. Come note di degustazione, spicca al naso la nota piuttosto ossidata, da cui emerge nettamente la banana e la papaya. Buona freschezza, e piacevolezza di beva. Certamente la nota ossidata dato dallo scambio con l’ossigeno, tende a coprire i profumi, e ci porta come primo impatto a dire che c’è qualcosa di anomalo.
In effetti, oggi, i profumi nascono in bottiglia, in ambiente privo di ossigeno, in riduzione quindi. Da queste considerazioni, nasce una discussione sul riappropriarsi dei profumi dei vini come erano fatti in passato.
Questo infatti era il modo con cui i contadini li facevano, e la ragione è semplice, cosi il vino gli durava di più.

In conclusione, una giornata davvero piacevole, passata in un bella cantina umbra, imparando molte cose, come ad esempio il nesso tra la legge di van der Waals e le bollicine dello spumante.

L’invito ad andare a visitare La Palazzola è particolarmente giustificato!

Lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri

Approfitto del Venerdì, e del fatto che Domenica partirò per luoghi vinosi , per parlarvi di uno dei vini che recentemente è entrato a far parte di uno dei miei momenti preferiti della giornata: l’aperitivo.

Un vino che ho provato diverse volte e con assaggini di diverso tipo e devo proprio dire che si sposa benissimo con molti dei finger food e antipastini che di solito ci troviamo a preparare/assaggiare in zona happy-hour.

Stavolta non si tratta di un Prosecco! Il vero protagonista di oggi è uno Spumante Brut prodotto nel Lazio dalle Cantine Silvestri, acquistabile facilmente da Eataly ad un ottimo prezzo, di circa 7 Euro … anche se in alcuni casi l’ho trovato in offerta anche a 5!

Etichetta Spumante Brut - Cantine Silvestri
Etichetta Spumante Brut – Cantine Silvestri

Lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri viene realizzato a partire da uve Falanghina e Chardonnay: un prodotto di grande freschezza ma non eccessivamente pungente, con una piacevole effervescenza.

I profumi sono semplici e netti, fruttati, floreali e vagamente vegetali: note di limone, mela, margherite, maggiorana accompagnano un assaggio in cui, sul finale, si percepisce una leggera nota fumè.

Ho provato lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri in tante occasioni, in accompagnamento a delle pizzette di sfoglia, con delle olive ascolane, con delle mozzarelline fritte, con delle mini quiche di zucchine, con dei fiori di zucca in pastella … ma se devo scegliere uno dei miei match preferiti non posso che menzionare quello che lo vede protagonista insieme a delle focaccine al pomodoro pachino e olive.

focaccia_pugliese

Diversamente da molti altri spumanti e prosecchi che, in alcuni casi, possono rivelarsi un po’ troppo strutturati per degli antipasti o dei semplici finger food e, spesso, anche troppo costosi, lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri fa veramente un figurone al momento dell’happy hour e, in questa stagione più che mai, è sempre un piacere provarlo bello fresco, a una temperatura di circa 6 gradi.

Quindi, per il vostro prossimo happy-hour (mancano solo poche ore 😉 ) non potete avere dubbi sulla scelta.

Forse l’unico problema è che il vino vi invoglierà ad assaggiare ancora più antipastini!
Tutti i finger food e gli antipasti appena menzionati vengono ampiamente arricchiti dalla freschezza dello spumante e dai suoi profumi e quindi diventa difficile resistere.

Ogni tanto però bisogna pure arrendersi!

Auguro a tutti un felice week-end!

 

Fra una settimana tornerò con ricchi resoconti vinosi quindi … attendete fiduciosi!

Visita alla Cantina Masciarelli

Visitare la Cantina Masciarelli vuol dire incontrare uno dei pilastri della viticultura abruzzese, ma soprattutto degli innovatori assoluti nel panorama vitivinicolo abruzzese della fine del secolo scorso. Incontrare metaforicamente, perché’ purtroppo Gianni Masciarelli ci ha lasciato prematuramente nel 2008 a soli 50 anni.

Il fondatore dell’Azienda è proprio Gianni Masciarelli, che come studente di economia, partecipa a un viaggio Erasmus in Francia, e lì inizia ad approfondire una sua vecchia passione: il vino e le modalità di produzione. In Francia apprende gli arcani della vinificazione in barrique, dei metodi di allevamento a filare, in particolare il guyot e per finire ‘scopre’ vitigni come cabernet sauvignon, merlot o lo chardonnay. Negli anni 80 torna in Italia e stabilisce nell’attuale Villa Gemma la propria cantina, con tanto di bottaia, e uffici commerciali.

Peraltro Villa Gemma è oggi il nome della linea top dei vini di Cantina Masciarelli. Dalla Francia, oltre alle innovative tecniche di vinificazione, Gianni importa la filosofia della qualità. Oggi in azienda, capeggia questo motto:

“La Ricerca della qualità non è una singola azione di cui ci si può ricordare una volta a settimana oppure una volta al mese … è un pensiero costante con il quale ci si sveglia la mattina e ci si addormenta la sera”.

Qualità nell’Abruzzo degli anni ottanta vuol dire eliminare la produzione a tendone, ridurre la produzione favorendo la selezione dei grappoli. Questo cambiamento fa anche si che Masciarelli si attiri le preoccupazioni, e qualche volta le ire, dei suoi colleghi.
L’Abruzzo, nota ‘cantina d’Italia’, tende a produrre in quantità piuttosto che in qualità, anche aiutata dal fatto che il Montepulciano e il Trebbiano sono uve molto produttive. Tuttavia la decisione e la determinazione di Gianni spacca il fronte conservatore e apre l’Abruzzo a un nuovo futuro.

Oggi Cantine Masciarelli possiede circa 400 ha, in tutto il territorio abruzzese, in modo da essere in grado di selezionare il meglio dalle diverse zone:

Aquila e Teramo sono infatti a metà tra collina e montagna; Pescara è marittima; Chieti è a metà tra mare e montagna (Maiella); la cantina si trova proprio in provincia di Chieti, dominate dalla Maiella, e i vigneti adiacenti sono a 400/500 esposti a un’escursione termica molto spinta, con un beneficio facilmente immaginabile.

La produzione annuale si attesta sui 3.000.000 di bottiglie, per la metà circa commercializzate in Italia (percentuale mediamente più alta rispetto a molto alti produttori), con un 20/25% proprio in Abruzzo; la rimanente parte è destinata ai mercati esteri. Attualmente hanno cinque linee di prodotti: Villa Gemma, Marina Cvetic (moglie di Gianni, attualmente a capo dell’Azienda), il Castello di Semivicoli e la linea Classica (la prima linea creata da Gianni Masciarelli) in cui troviamo il Villa Gemma Rosso e il Bianco.

Villa Gemma Rosso, vino top e pluripremiato, è prodotto con uve Montepulciano, cru ‘Vigneto Colle Cave’ a San Martino della Marrucina. E’ disponibile anche in versione Cerasuolo, sempre dalle stesse vigne.
Il bianco proviene da uve: Trebbiano 80%, Cococciola 15% e Chardonnay 5%. Da notare che il Villa Gemma Rosso esce dopo sei anni di affinamento: due anni in tini di legno, poi altri due anni in barrique e quindi ulteriori due anni di affinamento in vetro, dove completa il suo ampio bouquet.

In una cantina fondata da chi per primo ha portato il legno nella vinificazione abruzzese, non potevano mancare delle bottaie molto interessanti e particolari. La prima che visito è quella dedicata ai genitori, Amedeo e Liberata, dove si trovano i tini dedicati al riposo dei primi due anni del Villa Gemma.

Passiamo quindi alla barricaia dei rossi, impressionante, con oltre mille barrique, tutte rigorosamente di rovere francese e sempre utilizzate in primo passaggio. E’ chiara l’impronta stilistica aziendale e anche l’impatto economico di tali scelte. In questi locali maturano i rossi Marina Cvetic e Villa Gemma.

Gli altri rossi: Castello di Semivicoli e la Linea Classica fanno solo vinificazione in acciaio.

I vini della linea Marina Cvetic passano 12 mesi in barrique e un ulteriore anno in vetro. Da notare che il Trebbiano utilizzato per il Castello di Semivicoli deriva da vigne di oltre 120 anni. Ciò regala una profondità e longevità a questo prodotto che altrimenti solo il legno permetterebbe.

Passiamo alla barricaia dei bianchi, che è letteralmente scavata nella roccia, con una barriera di sassi, che oltre ad avere una funzione estetica, concorre al perfetto equilibrio termico; il sistema di condizionamento è assolutamente naturale il ricircolo dell’aria è garantito solo da ventilatori: insomma un vero e proprio caveau di prezioso liquido.

 

Degustando i Vini della Cantina Masciarelli

Passiamo alle note di degustazione:

Villa Gemma Cerasuolo: si tratta di uno di questi rosati dal colore e dal profumo accattivante, in cui la nota del Montepulciano è evidente, oltre al lampone all’amarena. Al gusto risulta fresco in un perfetto equilibrio e lunghezza rimarchevole.

Marina Cvetic Montepulciano d’Abruzzo: colore intenso e profondo tipico del vitigno, comunque vivace e luminoso. Al naso regala sentori di frutta scura, matura, mineralità che ricorda la cenere, la pietra focaia e poi eleganti note dolci. Un gusto pieno, con tannini presenti ed eleganti che offrono un sorso di particolare pregio. D’altra parte non è un caso se Wine Spectator l’ha definite come un dei 100 vini migliori al mondo!

Marina Cvetic Trebbiano D’Abruzzo: il colore dorato, vivace e cristallino, tradisce l’affinamento in legno e la maturazione sui lieviti, di ben diciotto mesi. Un profumo intenso, di fiori gialli e frutta matura, camomilla e fiori secchi. Un gusto opulento che la fanno sposare bene con primi piatti importanti della cucina abruzzese o carni bianche, anche piuttosto elaborate.

Marina Cvetic Merlot: è un Merlot un po’ atipico, non trovi quella fruttosità o quella patina di glicerina che ti accarezza la bocca. Trovi invece un vino gentile, ma non appiattito o costruito per piacere a prescindere. Zona di produzione Ofena, da vigneti di circa 500 metri.

Gianni Masciarelli Linea Classica: è il vino che trovo più interessante, soprattutto in relazione al costo. Un vino di una piacevolezza unica, chiaramente meno intenso e carico dei sui fratelli più blasonati, ma proprio per questo più facile da abbinare alla cucina di tutti giorni. Profumi di frutta rossa, ciliegia su tutte, sfumate da note dolci.

Cantine Aperte nel Lazio … e non solo!

Il 30 e il 31 Maggio si preannuncia un ricco weekend enogastronomico in tutta Italia.

Regione per regione avrà luogo l’evento “Cantine Aperte 2015” dove professionisti, appassionati, esperti e curiosi potranno visitare diverse aziende vitivinicole conoscendo produttori e prodotti.

Normalmente per poter visitare una cantina e provarne i prodotti si deve prenotare la visita con un po’ di anticipo e spesso bisogna organizzarsi al di fuori del weekend ma, in questi due ultimi giorni di Maggio, si potrà improvvisare in allegria visitando le cantine che più ci interessano senza dover progettare la visita in anticipo, anche con la possibilità di pranzare in loco.

Se non avete ancora avuto modo di partecipare a questa rassegna annuale approfittate del bel tempo di questi giorni (si spera!) per approfondire il discorso degustazione e i vini che più desiderate degustare e scoprire.

Si tratta anche di un’ottima occasione per comprendere più vicino il mondo del vino e tutto il lavoro che ci consente di degustare tanti bei prodotti comodamente a casa

Per avere un elenco completo delle Cantine che aderiscono all’evento, almeno nella regione Lazio, consultate questo link per vedere tutte le attività proposte.
Di certo non rimarrete delusi dal corposo elenco di partecipanti!

Qui potete anche scaricare il depliant generale dell’evento realizzato dal sito Movimento Turismo Vino.

Per avere informazioni dettagliate sulle altre regioni cliccate qui!

Buon weekend a tutti!

L’Anita di Falesco

A volte anche gli abbinamenti più particolari, quelli su cui non avresti mai scommesso, funzionano incredibilmente bene.

L'Anita di Falesco
L’Anita di Falesco

Naturalmente, a confermarci l’avvenimento, interviene il nostro gusto, inviandoci quelle sensazioni di piacevolezza che vengono percepite oggettivamente più o meno da tutti quando si assaggia qualcosa di veramente delizioso.

Oggi vi riporto un esperimento di abbinamento che ha come protagonisti uno spumante rosato e un primo piatto di pasta dai sapori piuttosto decisi.

Il primo protagonista di oggi è lo spumante Anita di Falesco, un metodo Charmat a base di uve aleatico vinificate in purezza, che ho sperimentato diverse volte con diversi abbinamenti.

Dato il gusto e la struttura del prodotto mi sono sempre orientata verso un suo utilizzo durante gli antipasti.

Particolarmente buono è il suo abbinamento con dei formaggi di pecora freschi o poco stagionati e del buon prosciutto San Daniele, con degli involtini di prosciutto e formaggio, con dei rustici con verdure e speck, con delle bruschette pomodoro e mozzarella, oppure con un carpaccio di salmone non affumicato e stracchino.

Tuttavia si tratta di un prodotto che, in quanto a potenzialità di abbinamento, può di certo travalicare qualche confine.

Innanzitutto quali sono le caratteristiche dell’Anita di Falesco?

 

Abbinando l’Anita di Falesco

I profumi dell’Anita sono gradevolissimi, in fondo parliamo sempre del semi-aromatico Aleatico, e richiamano come di consueto la rosa, le fragole, i lamponi e le ciliegie.

Si tratta di uno spumante caratterizzato da una buona acidità, una discreta sapidità, una media struttura e soprattutto una grande intensità di sapori.

E’ proprio questa saporosità, insieme ai suoi profumi decisi, a permetterci di osare con gli abbinamenti … anche se con un po’ di raziocinio.

Bruschetta!
Bruschetta!

La freschezza (leggasi sempre acidità) dell’Anita ci permette un abbinamento con pietanze caratterizzate da un’importante tendenza dolce e da una media grassezza.

L’intensità dei profumi e dei sapori ci permette un abbinamento con pietanze caratterizzate da una buona aromaticità e magari da una leggera speziatura, non piccante.

La buona morbidezza ci permette di impiegare l’Anita anche in accompagnamento a pietanze e ingredienti caratterizzati da alcune durezze, come una leggera tendenza acida, amarognola e una buona sapidità.

Pomodoro e Mozzarella
Pomodoro e Mozzarella

Infine la “corporatura” del prodotto ci permette un abbinamento anche con piatti di media struttura; in fondo l’Anita porta con sé le caratteristiche delle uve aleatico che le conferiscono una certa corposità e conserva, allo stesso tempo, anche quel pizzico di tannicità che ci permette di contrapporla anche a quei piatti dotati di un po’ di untuosità, come ad esempio una bruschetta con pachino e mozzarella di bufala … anche quest’ultimo è un abbinamento testato che con l’Anita fa un figurone al momento dell’antipasto.

Ora che abbiamo delineato l’Anita di Falesco vediamo l’altro protagonista di oggi, la pietanza che questo spumante è riuscito ad accompagnare splendidamente e inaspettatamente.

Una pasta (integrale) con pancetta, gorgonzola e radicchio.

Solitamente, date le evidenti durezze presenti nella pietanza e la struttura di alcuni degli ingredienti, come il gorgonzola, difficilmente si potrebbe consigliare, in abbinamento, un vino spumante, prodotto che, com’è facile intuire, (specie se avete letto qui) è caratterizzato da evidenti durezze, come l’acidità e l’effervescenza.

Penne integrali con pancetta, gorgonzola e radicchio
Penne integrali con pancetta, gorgonzola e radicchio

Tuttavia i sapori e il gusto intenso dell’Anita di Falesco tengono pienamente testa ai sapori decisi della pietanza e la spiccata acidità dello spumante si contrappone splendidamente alla forte tendenza dolce della pasta e della pancetta.

Infine la morbidezza dell’Anita mitiga la tendenza amarognola del radicchio e del gorgonzola.

Forse per questa pietanza ci vorrebbe un pochino più di struttura da parte del vino ma i sapori che emergono dall’assaggio di questo abbinamento sono sufficienti a farmi venire voglia di riprovarlo.
Un abbinamento inaspettato e delizioso … cosa si può volere di più?

… ovviamente il gusto a un prezzo contenuto. L’Anita costa circa 8 Euro e ancora una volta abbiamo un abbinamento splendido con un ottimo rapporto qualità prezzo.

 

Provatelo e fatemi sapere che cosa ne pensate!

Buon appetito e a presto!

Il Nasyr della Tenuta Le Quinte

Faccio una breve pausa dai vini bianchi per parlarvi di un vino rosso del Lazio che merita di essere degustato, anche ora che comincia a fare caldo.

Si tratta del Nasyr, un Syrah in purezza, prodotto dalla Tenuta Le Quinte.

Il Nasyr 2012
Il Nasyr 2012

Quindi, ancora una volta, abbiamo modo di notare (e assaggiare) le potenzialità di questo vitigno nel territorio laziale e in particolare nell’area collinare dei Castelli Romani, nei pressi di Montecompatri, dove il microclima e il terreno di natura vulcanica sembrano conferire alle uve quella decisa mineralità che ritroviamo, piacevolissima, anche in questo vino.

Nonostante la qualità del prodotto, siamo sempre di fronte a un rosso, ahimè, poco conosciuto, almeno al di fuori della regione.

Caratterizzato da un piacevole gusto e dall’ottimo rapporto qualità prezzo, il Nasyr è un vino che va scoperto per poterne apprezzare il sapore e le potenzialità in termini di abbinamento.

Un vino non proprio adatto alla cucina di tutti i giorni ma un buon rosso da sfruttare quando prepariamo piatti di carne un po’ più costruiti, dotati di una succulenza più importante rispetto a quella di una fettina di pollo alla piastra.

Ad esempio, se stiamo cercando un vino rosso da abbinare a uno spezzatino, un lesso di manzo o a piatti di carne rossa ricchi di sugo, allora il Nasyr può rappresentare senza dubbio un’ottima scelta.

… vediamo in dettaglio il perché.

 

Abbinando il Nasyr della Tenuta Le Quinte

In questo prodotto il Syrah si esprime pienamente, con i suoi profumi di frutti di bosco e amarene, pepe nero, delle note floreali di mughetto, soffi mentolati e un leggero sentore di tabacco.

All’assaggio il Nasyr si rivela ben strutturato, caldo (il titolo alcolometrico è 14%) con un tannino ben percettibile e un gusto decisamente sapido: si tratta comunque di un rosso caratterizzato anche da una buona morbidezza che va proprio a smussarne i caratteri più spigolosi, rendendo meno incisivo il tannino.

Polpette in Umido
Polpette in Umido

Per queste sue caratteristiche il Nasyr della Tenuta Le Quinte è perfetto soprattutto per accompagnare delle polpette o delle salsicce in umido.

La speziatura tipica del Syrah, presente nei profumi e nel gusto del Nasyr, accompagna perfettamente queste due tipologie di pietanze aggiungendo all’assaggio quelle note capaci di aumentare l’aromaticità di carni così preparate.

In un abbinamento con il Nasyr bisogna optare per delle pietanze dotate di un’untuosità, capace di “intrattenere” il tannino, e caratterizzate da una media grassezza e tendenza dolce, in grado di accompagnare delicatamente la sapidità del prodotto senza accentuarne le durezze.

Quindi non siamo di fronte a un vino adatto per delle carni cotte alla griglia o alla brace ma carni rosse cucinate attraverso una lunga cottura, strutturate e arricchite dall’aggiunta di liquidi.

Spero di avervi messo appetito 🙂

 

p.s. potete acquistare il Nasyr in enoteca a un prezzo di circa 11 Euro … purtroppo al momento non è disponibile per l’acquisto online.

Il Solstizio d’Estate 2015

Un evento che vi devo assolutamente consigliare è il Solstizio D’Estate che si terrà Lunedì prossimo, 25 Maggio, a Villa Miani a Roma.

Un’occasione veramente splendida per conoscere grandi produttori, ottimi vini e specialità gastronomiche da tutta Italia e non solo.

Per me questa sarà la terza partecipazione e sono sicura che avrò modo di conoscere nuove chicche e incontrare di nuovo anche quelle che negli scorsi anni mi hanno stupito ma che purtroppo non ho avuto modo di recensire.

Se volete vedere chi effettivamente sarà presente, magari per preparare un piano d’attacco  leggete la lunghissima lista a questo link, troverete tutti i produttori divisi per categorie enogastronomiche … c’è da perdersi solo nell’elenco.

Giusto citando alcuni nomi del panorama “vinoso”, Romano Dal Forno, Falesco, Elena Walch, Giovanni Terenzi, Gabutti Boasso, Mastroberardino, Vallerosa Bonci (e l’elenco continua e continua …), potete capire che l’occasione val bene una visita.

Un evento cui vale la pena partecipare anche solo per la splendida cornice offerta da Villa Miani e dal panorama mozzafiato che si può godere su Roma.

Villa Miani
Villa Miani

Il mio personale consiglio è: non mancate!

Veniamo quindi alle informazioni logistiche.

L’evento inizierà alle 12:30 e si concluderà alle 21:30.

Il biglietto per gli operatori del settore (sommelier, ristoratori, giornalisti, ecc.) ha un costo ridotto di 8 € mentre per tutti gli altri il costo è di 20 € a persona.

Nel prezzo d’ingresso è compreso anche il bicchiere da degustazione e il portabicchiere che si possono tranquillamente conservare (non bisogna versare una cauzione).

Per far prima potete compilare il modulo di accredito già online a questo link, così perderete meno tempo sul posto e potrete subito dare il via agli assaggi.

Lo so, purtroppo il Lunedì sembra un giorno un pochino strano per organizzare un evento ma, se si ha la possibilità in termini di orario, per tutti gli appassionati di enogastronomia è veramente importante non mancare.

Per chi teme il traffico in zona Trionfale è possibile anche usufruire di un servizio navetta gratuito per Villa Miani, che parte da Piazzale Clodio e da Piazzale degli Eroi, altrimenti chi arriva in macchina potrà parcheggiare all’interno della villa gratuitamente (finchè c’è posto).

L’indirizzo esatto di Villa Miani è: Via Trionfale 151.

Buon weekend e a Lunedì!

L’Aleatico secondo Andrea Occhipinti

In questi ultimi giorni mi è capitato di poter approfondire il discorso sull’Aleatico, valutandone il gusto e le diverse offerte produttive.

L’aleatico è un vitigno poco conosciuto specie se ci allontaniamo dal Lazio e dalla Toscana: generalmente è un vitigno a bacca rossa impiegato soprattutto nella produzione di vini dolci passiti.

Famosi, anche se non così conosciuti a livello nazionale, sono l’aleatico di Gradoli e l’aleatico dell’Elba, entrambi passiti ottenuti dalla vinificazione di uve aleatico, prima appese e fatte appassire in appositi fruttai.

Si tratta di vini passiti dal delizioso sapore fruttato e dalla grande aromaticità; spesso quasi si dimentica che l’aleatico è un vitigno semi–aromatico, in grado di affascinare tutti all’olfatto, specie nelle sue celebri versioni passite.

Tuttavia negli ultimi anni la curiosità e la voglia di sperimentare l’hanno fatta da padroni nel campo vitivinicolo anche nei riguardi di un vitigno così poco utilizzato e valorizzato come l’aleatico.

L’attività di Andrea Occhipinti, attivo nella zona di Gradoli dal 2004, ci mostra le diverse potenzialità di queste uve, in grado di rendere vini secchi piacevoli a tutto pasto, sia bianchi sia rossi.

L'Alter-Ego
L’Alter-Ego

L’Alter-Ego, che presto cambierà nome in Alter-Alea, è un prodotto ottenuto dalla vinificazione in bianco di uve Aleatico che, già di base, una volta vinificate, rendono un vino dal colore trasparente e poco intenso.

Questo vino rappresenta un bianco-non-bianco in cui sentiamo un’importante struttura e emerge senz’altro quel tannino, spesso impercettibile nei vini bianchi.

Un vino che anche nei profumi tradisce le sue origini riportando intense note di rosa. I profumi sono infatti nettamente floreali con alcuni accenni fruttati di mela verde e vegetali di maggiorana ed erba tagliata. Un vino bianco di grande acidità e buona sapidità che, per le sue durezze, andrebbe abbinato a dei primi piatti strutturati, cremosi e ricchi di sapore.

Si sposa perfettamente con un ottimo risotto al pesce persico.

Poi ho avuto modo di assaggiare un aleatico più classico, vinificato in rosso, ma, a sorpresa, prodotto non in acciaio ma in anfora.

Ho avuto già modo di provare alcuni prodotti vinificati in anfora e, come questi, anche il Rosso Arcaico di Andrea Occhipinti, 50% Aleatico e 50% Grechetto Rosso, mostra delle caratteristiche davvero interessanti che lo separano nettamente, come gusto, da quelle che sono le caratteristiche organolettiche che generalmente ci si aspetta da dei vini rossi.

Il Rosso Arcaico
Il Rosso Arcaico

Innanzitutto è evidente l’intensa freschezza di questo vino, piuttosto inusuale in un vino rosso, accompagnata da una buona sapidità e da una buona persistenza di profumi e sapori.

I profumi sono quelli più classici dell’aleatico: frutti rossi, ciliegie, fragole, petali di rosa freschi e appassiti, mentre i sentori delle uve grechetto (di cui ho parlato qui) rimangono in sottofondo.

Sorprendente è la quasi impercettibilità dei tannini, presenti ma che vanno ricercati con attenzione durante l’assaggio. Un rosso arcaico ma sicuramente rivoluzionario dal punto di vista del sapore.

Un rosso che per la sua freschezza si sposa molto bene con una pizza o un calzone salsiccia e patate.

Nell’abbinamento con questo vino vanno ricercate pietanze ricche di tendenza dolce, con una buona grassezza, di buona struttura e prive di particolari elementi di durezza.

Come ultima versione di aleatico ho degustato l’Alea Viva, un rosso di grande struttura, sapore e sapidità.

Etichetta Alea Viva
Etichetta Alea Viva

Si tratta di un Aleatico con un gusto puro, dove non intervengono sapori “estranei”, dovuti magari a una maturazione in botte. Un vino che esalta il gusto proprio delle uve e i netti profumi fruttati di amarena, fragola e ribes, con alcune note speziate amare.

In questo caso il tannino c’è e si sente e di certo non è stato accentuato dalla permanenza in legno del prodotto: l’Alea Viva passa esclusivamente in acciaio e viene affinata solo in bottiglia.

Si tratta di un aleatico sicuramente corposo e impegnativo che, per le sue caratteristiche di buona freschezza e sapidità, si sposa bene con un filetto di maiale ai funghi.

Ora sicuramente avrete voglia di conoscere questi vini di persona 🙂

Ebbene potete trovarli qui, su questo sito online e nelle enoteche specializzate in vini naturali.

Il Sauvignon di Kaltern

Visto che siamo ancora in tempo e prima di scordarmi voglio parlarvi di un abbinamento semplice, classico ma di sicuro effetto, su cui si può sempre puntare in caso di dubbi, specialmente in questo periodo dell’anno.

In questa stagione a chi non andrebbe di assaggiare un buon risotto o una pasta agli asparagi? Una pietanza che nonostante i pochi e semplici ingredienti è capace di accontentare i gusti di tantissime persone: una pietanza su cui puntare anche per creare un ottimo abbinamento cibo-vino.

asparagi
Eccoli … gli asparagi!

La cultura enogastronomica italiana ci offre spesso conferme proprio in questo caso: c’è infatti una tipologia di vino vivamente raccomandata, per le sue caratteristiche organolettiche, quando si cucinano primi piatti con un condimento di asparagi.

Tra l’altro la tipologia di vino consigliata per questo abbinamento è in grado di piacere potenzialmente a tutti per i suoi vividi profumi, la sua freschezza e il suo sapore splendidamente sapido.

Avete già capito di quale vitigno e tipologia di vino sto parlando?

Ormai, soprattutto se avete letto qui e gli altri numerosi post sugli abbinamenti, saprete che in questo caso abbiamo senz’altro bisogno di un vino bianco. Ma quale vino bianco?

Protagonista dell’abbinamento di oggi, insieme alla pasta con asparagi, sarà un Sauvignon dell’Alto Adige e non un Sauvignon qualunque, ma quello della Kellerei Kaltern, acquistato ad Eataly Roma all’ottimo prezzo di circa 9 Euro.

Quindi è il Sauvignon il misterioso vitigno in grado di regalare splendidi vini da abbinare a dei primi piatti con protagonisti gli asparagi!

Etichetta del Sauvignon 2014 di Kaltern
Etichetta del Sauvignon 2014 di Kaltern

Ovviamente non tutti i Sauvignon si prestano bene a questo abbinamento, ma quelli alto-atesini si mostrano molto propensi in tal senso, sulle base di ottime ragioni.

Il Sauvignon delle vigne alto-atesine prossime al lago di Caldaro rende un vino con dei profumi e dei sapori veramente caratteristici. Innanzitutto le forti escursion termiche permettono alle uve di produrre un Sauvignon ricco di acidità, caratteristica essenziale negli abbinamenti con piatti a tendenza dolce … e degli spaghetti agli asparagi ne hanno da vendere!

Inoltre il terreno e il microclima di queste zone favoriscono anche la creazione di un Sauvignon di buona sapidità, con spiccate note saline, e dall’intenso profilo aromatico … senz’altro due delle caratteristiche più piacevoli di questa tipologia di vino bianco

Ovvio che il Sauvignon dell’Alto Adige non sia solo un vino adatto all’abbinamento di cui parliamo oggi; le sue potenzialità comprendono anche accostamenti perfetti con pesci cucinati al forno, primi piatti a base di crostacei e di funghi, ma la sua particolare e specifica aromaticità esalta perfettamente odori e sapori propri degli asparagi.

Quindi non solo primi piatti a base di asparagi, ma anche antipasti e secondi di pesce in cui, come contorno, questi ortaggi possono dare quel quid in più nell’abbinamento cibo-vino.

 

L’abbinamento con il Sauvignon di Kaltern

Quel quid in più si ottiene proprio accostando delle bavette agli asparagi al Sauvignon 2014 della Kellerei Kaltern.

I profumi sono quelli più piacevoli e tipici dei Sauvignon di questo territorio: evidenti aromi fruttati che ricordano le pesche, le albicocche e qualche nota agrumata, netti profumi di erbe aromatiche e soprattutto di salvia e infine lievi note floreali di mimosa.

Bavette con Asparagi
Bavette con Asparagi

Si tratta di un Sauvignon di buona freschezza e grande sapidità, caratteristiche che agiscono in sinergia per mitigare la tendenza dolce della pasta e degli asparagi.

Tuttavia sono soprattutto i profumi del vino, chiaramente percepibili anche all’assaggio, che determinano la bontà dell’abbinamento: unendosi all’aromaticità caratteristica degli asparagi ne aumentano e ne prolungano il gusto in fase di assaggio e, allo stesso tempo, la scia sapida del vino ne attenua la tendenza dolce.

Pertanto in questo abbinamento la pietanza protagonista diventa ancora più buona poiché si può degustare più a lungo.

Un abbinamento di stagione sicuramente da non perdere e non dovete preoccuparvi … in fondo c’è ancora un buon mesetto per (ri)degustare i primi piatti di asparagi assieme all’ottimo Sauvignon della Kellerei Kaltern.

 

… un ultimo consiglio! Se non avete voglia di un primo piatto con gli asparagi, provate pure il Sauvignon 2014 della Kellerei Kaltern con un antipasto di asparagi e gamberi o asparagi e capesante.

Il Grechetto Rosso di Andrea Occhipinti

La volontà, la curiosità e il desiderio di sperimentazione fa sì che, oggi, sempre più produttori si dedichino alla valorizzazione dei loro terreni e delle loro piante, dando nuova linfa anche a vitigni ormai dimenticati.

Questa attualissima tendenza si traduce in maggiori possibilità di scoperta di uve autoctone misteriose.

Recentemente ho avuto modo di conoscere e provare un vino prodotto interamente da uve di Grechetto (o Greghetto) Rosso, un vitigno autoctono del Lazio di cui sinceramente non avevo mai avuto modo di vedere e assaggiare rappresentazioni vinose.

Mentre il celebre grechetto, a bacca bianca, è ben conosciuto in Lazio, Toscana e Umbria, lo stesso non si può dire del suo omonimo a bacca rossa, ma finalmente, grazie al lavoro sperimentale del produttore Andrea Occhipinti, ora si può anche assaggiare e, devo proprio dire, lo si fa con piacere.

Etichetta del Caldera 2012
Etichetta del Caldera 2012

Innanzitutto bisogna chiarire l’omonimia, il Grechetto rosso non è legato in nessun modo alla famiglia delle uve a cui appartiene il Grechetto, ma si tratta invece di un biotipo del Sangiovese.

Il Grechetto rosso è un vitigno che viene coltivato unicamente nella Tuscia e in particolare nelle zone collinari prossime al lago di Bolsena; si tratta di un vitigno con una buona vigoria, in grado di produrre molto e con costanza e pertanto mi stupisco che solo nella DOC Colli Etruschi Viterbesi vengano usate le sue uve da vinificare in purezza per realizzare un Grechetto rosso DOC.

Dalla coltivazione di Grechetto Rosso i risultati arrivano, dal momento che le uve tratte da questo vitigno, possono rendere un vino con un profumo e un gusto piacevolissimo, proprio come quello prodotto da Andrea Occhipinti, nei suoi terreni a Montemaggiore, vicino Gradoli.

 

Abbinando il Grechetto Rosso Caldera di Andrea Occhipinti

Il Grechetto Rosso “Caldera” di Andrea Occhipinti, annata 2012, presenta dei buoni e intensi profumi di prugna e frutti rossi, pepe nero, viola e geranio con delle percepibili note ferrose che ne suggeriscono una buona sapidità.

All’assaggio si mostra come un vino rosso decisamente fresco, con una sapidità ben percepibile e persistente e un tannino poco incisivo, caratteristica data anche dall’affinamento del prodotto unicamente in acciaio.

Un vino che sicuramente, per la sua struttura e il suo tenore alcolico, è molto adatto ad accompagnare dei secondi piatti a base di carne. Un vino adattissimo per accompagnare quelle carni, come il suino, l’agnello e il coniglio, cucinate con cotture veloci e servite anche con salse poco elaborate ma con un buon contorno.
Un vino che mi sembra adattissimo alla cucina della Tuscia e al modo in cui qui le carni vengono servite, esaltate e mangiate.

Salsiccia e Contorno di Verdure
Salsiccia e Contorno di Verdure

Un abbinamento ottimo vede la Caldera di Andrea Occhipinti protagonista in tavola insieme a delle salsicce e della cicoria ripassata, oppure con degli arrosticini di pecora con misticanza o ancora con un coniglio alla cacciatora.

Pertanto ci troviamo di fronte a un vino adatto a quei piatti di carne che spesso si cucinano anche in casa, magari non tutti i giorni, ma magari quando si ha compagnia, amici o famiglia a pranzo e cena.

Un vino che va sicuramente provato, per la sua rarità, per il suo gusto “misterioso”, per le sue potenzialità d’abbinamento e soprattutto per i suoi particolari sapori tutti da scoprire.

 

p.s. Va provato anche per il prezzo! Sebbene non sia proprio facile da reperire potete trovarlo nelle enoteche con una buona offerta di vini biologici a un prezzo di circa 12 Euro.