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In Viaggio nel Chianti Classico: il Barlettaio

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Una delle classiche mete per una visita a un produttore di vini non può che essere la zona del Chianti; soprattutto la zona di produzione più antica che dà vita al Chianti Classico.

Talmente antica da essere citata come importante territorio vitivinicolo già nel XIII secolo e successivamente ratificata formalmente da Cosimo III de Medici, Granduca di Toscana, nel 1716, nel suo Bando Sopra la Dichiarazione dé Confini delle quattro Regioni Chianti, Pomino, Carmignano, e Val d’Arno di Sopra, nel quale venivano specificati i confini delle zone entro le quali potevano essere prodotti i vini. I confini definiti dal Bando comprendevano essenzialmente Radda, Gaiole e Castellina, mentre oggi la zona di produzione abbraccia un’area più ampia compresa tra le provincie di Firenze e Siena.

Il panorama è incantevole e le strade per spostarsi tra i diversi centri sono circondate alternativamente da vigne, pievi, castelli, boschi e caratteristici centri abitati arroccati su gentili colline.

Il Chianti Classico DOCG ha dal 1996 un proprio disciplinare di produzione che lo distingue dall’altra, molto più ampia, DOCG “Chianti”, che include addirittura otto tipologie: Chianti (prodotto in tutta la zona), Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli, Rufina. Insomma una zona di produzione vastissima che abbraccia ben sei province e che va, in effetti, contro il concetto stesso di “denominazione di origine”, che dovrebbe individuare una specifica zona di produzione particolarmente vocata e che trova la sua apoteosi addirittura nella singola vigna: nel “cru”, come dicono i francesi.

Attualmente il Consorzio del Chianti Classico, che nasce con lo scopo di tutelare e valorizzare il vino Chianti Classico e il suo marchio, conta oltre 600 iscritti, di cui 350 imbottigliatori.

Pertanto la domanda è: chi scegliere per una visita giornaliera?

La motivazione che mi ha spinto è stata intanto quella di visitare dei produttori che esprimessero particolare cura nella produzione dei loro vini. Possiamo chiamare questi vini: “vini naturali”? Mi verrebbe da dire sì, ma in realtà una definizione precisa è piuttosto difficile da trovare, soprattutto fra i produttori naturali stessi in prima battuta. Sicuramente ciò che contraddistingue questi vignaioli è l’estrema attenzione alle loro vigne, all’agricoltura sostenibile, alla disponibilità di un contenuto appezzamento di vigna e allo sfruttamento di sistemi il più possibile naturali per combattere le malattie.

 

Visita al Barlettaio

Oggi vi parlo del “Barlettaio”: Francesco Bertozzi, vignaiolo di Radda in Chianti, persona verace, amante del proprio lavoro ed estremamente cortese con i suoi ospiti.

Il suo è l’ultimo podere di una vecchia famiglia chiantigiana di appartenenza della famiglia Minucci. Dalla sua abitazione, bellissima, nel cuore di Radda, si dominano i suoi appezzamenti. Soli 3 ha circa, per cui è facile immaginare la cura con cui produce il suo vino. Lavorazioni avvengono rigorosamente a mano, in ogni passaggio: dalla legatura alla potatura e ovviamente la vendemmia. La selezione dei suoi grappoli è quasi maniacale e sebbene il disciplinare del Chianti Classico preveda rese fino a 75 q/ha, il Barlettaio non supera i 40/45 quintali per ettaro.

L’azienda è certificata biologica, usano solo rame e zolfo in vigna oltre ai cosiddetti “induttori di resistenza”, cioè concimi e altre sostanze tali da rendere la vigna più sana, permettendo quindi di ridurre ulteriormente le quantità di prodotti impiegati. Il limite annuo è di 6 Kg di zolfo per ettaro.

L’anidrite solforosa viene utilizzata solo dopo la fermentazione malolattica e si impiega intorno ai 45 mg/litro anche se per legge potrebbe essere molto superiore (150 mg/l).
Facciamo però una precisazione, e limitandoci solo al caso di vini rossi secchi, che spero serva a “illimpidire” il tema dei limiti di legge sui solfiti: la solforosa libera come, stabilito dal regolamento 606/2009 (che dispone le norme applicative in tema di trattamenti, aggiunte ai prodotti vinicoli) è prevista in 150 mg/l (e ridotta rispetto alla precedente normativa, che la limitava a 160 mg/l). Il nuovo disciplinare europeo 203/2012 fissa per i vini biologici tali limite in 100 mg/l.

Il valore effettivo dipende molto dall’annata e dalla tipologia di consumatore a cui è destinato (maggiore è il tasso di solforosa, più lunga è la durata potenziale del vino stesso).

La produzione è piuttosto contenuta, intorno alle 12000 bottiglie per anno; ma la maniacalità del Barlettaio è tale che a oggi escono con il 2010, e non con produzioni più recenti: “perché gli altri non sono pronti”, ci dice Francesco.

E’ veramente ammirevole questa genuinità e serietà nella produzione del vino. Le sue vigne sono a circa 500 metri slm, nel comune più alto dell’areale del Chianti Classico, Radda, e quindi ci aspettiamo vini di freschezza particolarmente vivace, ma anche con profumi fini di grande complessità.
Tutto ciò contribuisce alla naturale longevità di questi vini.
I terreni della zona sono essenzialmente macigno toscano, alberese e galestro, cioè arenarie, argille e calcari che donano ai vini una struttura tannica molto elegante e un’accattivante sapidità gustativa che ne allunga moltissimo la persistenza in bocca.

La produzione del Barlettaio prevede Chianti Classico, Chianti Classico Riserva e due IGT, a base di Merlot e Sangiovese in purezza. Le sue vigne furono reimpiantate nel 2000, prevedendo Sangiovese e Merlot. Mediamente abbiamo macerazione sulle bucce in vasche di acciaio che durano circa 3 settimane e successive soste in botti di rovere di Slavonia: barrique e botti da 35 hl.

 

I Vini del Barlettaio

Come sono questi vini? Partiamo subito con una verticale di Chianti Classico 2008, 2009 e 2010 a cui aggiungiamo la Riserva 2011 (ancora non in vendita, in quanto potrà essere commercializzata da metà Maggio 2015) e poi l’IGT Toscano a base di Sangiovese.

I profumi delle tre annate sono la cosa che mi colpisce per prima, dolci e accattivanti, di frutta rossa come lampone, ciliegia, e soprattutto nel 2010 e 2009 si percepisce quasi l’acidità di questi vini, che fanno pensare a un “croccantezza” del frutto. Sentori fruttati e minerali dominano su tutti. Il 2008 comincia a essere più morbido, con anche sentori lievemente speziati; ma comunque dato il potenziale evolutivo, nulla vieterebbe di aspettare ancora anni per aprire e comunque apprezzare queste bottiglie.

Il Chianti Classico annata 2010 riposa 18 mesi in barrique di III e IV passaggio ed è sangiovese in purezza. In altre annate è presente un saldo di circa il 5% di Merlot, che, sia chiaro, non influisce e perturba il carattere gustativo del sangiovese. Il Merlot è un vitigno piuttosto neutro che al massimo offre una pellicola di glicerina, quindi di morbidezza al vino. Ricordiamo che lo stesso disciplinare del Chianti Classico prevede il saldo fino al 20% di altri vitigni a bacca rossa, ma osserviamo che sempre più i viticoltori che voglio far emergere il carattere territoriale del Chianti puntano al sangiovese in purezza o al massimo in blend con i vitigni tipici toscani: canaiolo, colorino, foglia tonda o mammolo, che mai vanno ad alterare il carattere del sangiovese e anzi sono i perfetti complementari dello stesso.

Per completezza aggiungo che la 2009 fa due anni in botte grande, mentre ancora il 2008 fa legno piccolo, sempre per 18 mesi, ancora in barrique di terzo e quarto passaggio. Voglio aggiungere una nota per sottolineare il carattere sperimentale del Barlettaio, che è sempre alla ricerca dell’affinamento ottimale, quello che si sposa meglio con l’andamento climatico dell’anno e con le esigenze dei propri clienti.

Passiamo quindi alla Riserva 2011, che, ripeto, a oggi non è ancora commercializzabile (ma mancano poche settimane!). Anche lei fa 18 mesi in barrique e ci regala un naso più avvolgente, maturo e offre una maggiore rotondità in bocca.

Finale con IGT Toscana Sangiovese 2010, in cui, seguendo il suggerimento dell’amico e noto enologo Luca D’Attoma, il Barlettaio sperimenta questo sangiovese in purezza e lo affina in botti da 350 litri (quindi un ibrido quindi tra barrique e tonneau) di primo passaggio. La speziatura è evidente, ma non eccessiva, e piacevoli sono le note balsamiche.

Come sempre un’interessante nota sull’etimologia del nome “Barlettaio”.

L’azienda si trova alla sommità di una ripida salita, e nel passato i carri la percorrevano dondolando un po’, o, come si dice qui, “barlettando”. Da qui l’origine del nome.

Tuttavia Francesco non dondola affato nella cura e nell’impegno che mette nella produzione dei suoi vini.

Un consiglio: andatelo a trovare.

Anche i prezzi saranno una piacevole sorpresa.

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