La Barbera d’Alba e i suoi Possibili Abbinamenti

Tornata da una proficua, ma soprattutto piacevole, vacanza nelle Langhe mi sento più che pronta a parlarvi della Barbera d’Alba e dei suoi possibili abbinamenti.

La Barbera è senz’altro uno dei vitigni più coltivati nelle Langhe e in tutto il Piemonte, per non parlare di quella cospicua produzione che coinvolge il territorio Lombardo e i Colli Piacentini in Emilia Romagna.

Solo in Piemonte, dove tale vitigno è autoctono, troviamo diverse tipologie di vini a base di uve Barbera: la Barbera d’Asti, quella prodotta in maggiori quantità, la Barbera del Monferrato e, la protagonista di oggi, la Barbera D’Alba.

Area di produzione della DOC Barbera D'alba
Area di produzione della DOC Barbera D’alba – da langhevini.it

Nonostante si parta da un uvaggio uguale il territorio, il clima (insieme all’intervento umano) trasformano diversamente tali uve affinchè rendano prodotti ben diversi da un punto di vista organolettico.

L’uva barbera dà generalmente un vino rosso noto soprattutto per la sua freschezza e piacevolezza immediata, il suo medio corpo e la sua versatilità in termini di abbinamento cibo-vino: un vino rosso non troppo intenso e strutturato che si può benissimo utilizzare nella cucina di tutti i giorni anche solo per accompagnare piatti di salumi e formaggi di media stagionatura.

In realtà la Barbera d’Alba viene declinata nell’albese e nelle langhe in molte varietà: ecco quindi che abbiamo quella barbera più leggera e immediata con una vivace freschezza e dall’altra parte una barbera decisamente più strutturata in grado di accompagnare piatti di pasta con sughi di carne e piatti di carne più corposi e elaborati.

Conoscendo soprattutto la prima tipologia di Barbera, fresca e leggera, che ritroviamo molto diffusa nell’Oltrepò Pavese e nei Colli Piacentini, sono rimasta del tutto stupita dalla complessità dei profumi e dalla struttura della Barbera D’Alba e, in particolar modo, di quella prodotta nel territorio del Barolo.

In questo limitato territorio, caratterizzato da un terreno incredibilmente argilloso (e dopo le piogge non si può non notarlo!), a mio parere, la Barbera acquista una struttura maggiore e un gusto e dei profumi molto più intensi.

La Vigna Lazzarito, sulla strada per Serralunga
La Vigna Lazzarito, sulla strada per Serralunga

Infatti la Barbera prodotta nelle Langhe del Barolo è quasi sempre una Barbera importante, fatta maturare in legno e lasciata affinare in bottiglia mentre, da disciplinare, la Barbera d’Alba non superiore può anche non fare alcun passaggio in legno.

Non stiamo ovviamente parlando di quella struttura e di quel piglio che l’uva nebbiolo può regalare a un Langhe rosso o a un Barolo, ma di una “masticabilità”, un corpo, una persistenza e una morbidezza che rendono la Barbera d’Alba delle Langhe del Barolo capace di affrontare con successo l’abbinamento con tantissimi piatti.

Ora che abbiamo chiarito i principali aspetti e le diversità della Barbera d’Alba nel territorio di produzione, parliamo in dettaglio delle sue caratteristiche organolettiche e dei suoi possibili abbinamenti.

 

Abbinando la Barbera d’Alba

La Barbera D’Alba è caratterizzata da un colore rosso rubino che suggerisce quei profumi fruttati di ciliegie e prugne che la contraddistinguono all’assaggio. Insieme ai sentori vinosi e fruttati si riscontrano sempre delle note floreali di ortensia, viola e delle più leggere note speziate di liquirizia, pepe, caffè e, in alcuni casi, cannella e vaniglia.

La Barbera d’Alba è sempre e comunque caratterizzata da un buon grado di freschezza e proprio per questa sua caratteristica si sposa bene con quei piatti dotati di un’evidente tendenza dolce e di una buona grassezza.

Proprio per questo dovendo anche servire dei semplici crostini al prosciutto o al lardo di Arnaud, oppure un tagliere di formaggi di media stagionatura, anche in accompagnamento a una omelette al tartufo o a del vitello tonnata, una Barbera d’Alba può rappresentare un’ottima scelta: magari ne possiamo scegliere una con una gradazione limitata oppure una Barbera che non viene maturata in legno.

A mio parere la Barbera d’Alba, specie quella affinata e maturata anche per breve tempo in legno, diventa perfetta soprattutto con i primi piatti, con sughi a base di carne e/o formaggio, e alcune tipologie di carni cucinate in maniera non troppo elaborata.

Deliziosa è la Barbera D’Alba con le paste al ragù, che siano agnolotti, fettuccine o i tipici tajarin, non fa differenza: la freschezza del vino e i suoi sapori morbidi , fruttati e leggermente vegetali e speziati, la rendono perfetta in questo tipo di abbinamento.

Anche con le carni il rapporto è splendido: un pollo alla cacciatora, un bollito misto con della bagna cauda, una tartare di manzo, un arrosto di manzo, delle salsicce in umido rappresentano dei compagni perfetti per una Barbera D’Alba che riesce ad allietarli con la sua particolare freschezza, morbidezza e struttura.

Qualche suggerimento dal Museo del Castello di Grinzane
Qualche suggerimento dal Museo del Castello di Grinzane …

Per piatti di carne più strutturati, realizzati con lunghe cotture , magari tartufati o arricchiti da formaggi stagionati, o per pietanza a base di cacciagione la scelta può ricadere su una Barbera d’Alba superiore.

Sicuramente la Barbera d’Alba costituisce un prodotto altamente rappresentativo dell’enogastronomia italiana, di grande interesse e spessore gustativo e di certo va conosciuto e provato.

Siamo di fronte a una tipologia di vino in grado di colpire immediatamente all’assaggio e la sua piacevolezza la rende perfetta per la cucina di tutti i giorni … e anche il prezzo riflette tale concezione.

Come potete vedere qui e qui, ecco alcune Barbera D’Alba diverse, ma entrambe con un ottimo rapporto qualità prezzo!

La Barbera D’Alba Vigna Santa Caterina di Guido Porro

I cru della zona di Serralunga
I cru della zona di Serralunga

In quest’ultima vacanza langarola, come avrete avuto modo di notare dai post più recenti, mi sono dedicata a scoprire la Barbera D’Alba della zona del Barolo: devo dire che è stato uno studio piuttosto faticoso, soprattutto perché al momento l’unica cosa che volevo era godermi il buon vino, il buon pasto, l’atmosfera e tutto il relax del mondo.

Etichetta Barbera Vigna Santa Caterina
Etichetta Barbera Vigna Santa Caterina

Tuttavia, quando un vino è piacevole e gustoso, anche senza prendere appunti è facile ricordare le sensazioni derivanti dal suo assaggio.

Ecco quindi come ho trovato la Barbera d’Alba di Guido Porro, Vigna Santa Caterina, annata 2013.

Il nome del prodotto suggerisce la provenienza delle uve, da vigneti nella zona di Serralunga D’Alba, posti ad un altezza di circa 350 metri s.l.m, su un versante collinare rivolto a Sud/Est di quel cru del Barolo conosciuto sotto il nome di Vigna Lazzarito.

Quello che colpisce subito di questa Barbera è l’intensità dei profumi: decisamente fruttati e delicatamente speziati e vegetali.

Anche all’assaggio il vino colpisce con la sua intensità e la sua persistenza: qui la componente speziata che ricorda il pepe nero, la liquirizia e la noce moscata, è più evidente a suggerire un chiaro affinamento in botte grande.

Un vino che colpisce non solo per la sua freschezza ma anche per la sapidità e il grande equilibrio tra le componenti.

 

Abbinando la Barbera D’Alba Vigna Santa Caterina di Guido Porro

L’assaggio di una Barbera così intensa è stato reso perfetto da un abbinamento con dei tajarin al ragù che sono stati esaltati dalla speziatura del vino, dalla sua delicata componente vegetale, che ricorda l’aromaticità dei funghi e dalla sua acidità e sapidità: un grande equilibrio non solo di sapori ma anche di struttura.

Tajarin al ragù
Tajarin al ragù

Una Barbera sicuramente di medio corpo, con un buon tenore alcolico (pari a 13,5%) che può dare il meglio soprattutto se abbinata a primi piatti con sughi e ripieni a base di carne, come ad esempio (oltre ai succitati tajarin al ragù) gli agnolotti di carne o un timballo di pasta.

Si può ottenere un valido abbinamento anche con dei secondi a base di carne di maiale o manzo, come ad esempio delle braciole di maiale alla zucca e taleggio oppure un arrosto con crudo e fontina.

Una Barbera sicuramente troppo intensa per accompagnare degli antipasti, anche se a base di carne.

Se riuscite provatela perché ne vale la pena … anche se sul posto sembra acquistare un gusto ancora più squisito 😉 !

La Barbera d’Alba Nemes di Rivetto

La prima Barbera d’Alba che ho avuto l’opportunità di assaggiare durante il mio soggiorno nelle Langhe è stata la “Nemes”, annata 2012, dell’azienda vitivinicola Rivetto, situata tra l’area di Serralunga d’Alba e Sinio, in piena zona di produzione del Barolo. Un’azienda giovane, come il suo produttore, completamente dedita a un approccio naturale alla viticoltura e in fase di produzione.

La Barbera Nemes di Rivetto
La Barbera Nemes di Rivetto

Aspettandomi una Barbera molto più semplice e delicata, come quelle prodotte altrove, sono stata piacevolmente sorpresa dalla sua struttura, dalla sua freschezza e soprattutto dalla sua incredibile morbidezza.

Molto spesso l’acidità che sempre caratterizza l’uva Barbera nelle sue varie espressioni, può risultare, specie nei prodotti più giovani, un po’ pungente, andando ad aumentare la durezza complessiva percepibile nel vino.

La Barbera D’Alba Nemes di Rivetto, pur mantenendo la sua freschezza, risulta pienamente rotonda e proprio per questo mostra grandi potenzialità in termini di abbinamento: si tratta infatti di una Barbera in grado di rapportarsi ottimamente con degli antipasti, con dei primi piatti e con dei secondi di media struttura.

 

Abbinando la Barbera d’Alba Nemes di Rivetto

Vediamo in dettaglio come andare ad esaltare le caratteristiche di questo vino con alcuni abbinamenti specifici.

La Barbera D’Alba Nemes di Rivetto è caratterizzata da profumi davvero piacevoli che richiamano chiaramente la dolcezza dei lamponi: tale tendenza dolce si ritrova anche al gusto, vivacizzata da una speziatura che ricorda la cannella e il pepe nero.

Data la morbidezza gustativa e la buona intensità e persistenza del prodotto, gli abbinamenti possibili comprendono anche pietanze contenenti ingredienti caratterizzati da un gusto spiccato e deciso.

Prendiamo ad esempio un piatto tipico della regione Piemonte come la bagna cauda, una salsa decisamente sapida e dal sapore intenso, a base di aglio, acciughe e molto spesso anche panna o latte, usata per insaporire diverse pietanze.

Il vino accompagna splendidamente con la sua rotondità diversi piatti serviti con questa salsa, come ad esempio un antipasto a base di uova e bagna cauda oppure un bollito con lo stesso condimento.

Bagna cauda "in bianco"
Bagna cauda “in bianco”

Questo non vuol dire che sia una Barbera da utilizzare esclusivamente con piatti abbinati a tale salsa!

Quello che abbiamo detto per la Barbera d’Alba in generale (lo potete leggere qui) vale anche per la Nemes: via libera quindi ad antipasti misti, con assaggi di tome e affettati, e a piatti di pasta arricchiti con diverse varianti di ragù, anche quelle più saporite.

Ecco allora che la Barbera Nemes di Rivetto riesce ad accompagnare benissimo piatti con ingredienti diversi e con strutture diverse: una Barbera che può seguirci durante tutte le portate di un pasto, dagli antipasti ai secondi.

Se proprio vogliamo il menù perfetto per questo vino, a mio parere, è proprio questo qui, ma ogni suggerimento è sempre ben accetto!

Antipasto: uova sode in bagna cauda con crostini al sesamo oppure una bella toma in carrozza

Primo piatto: tagliatelle con ragù di salsiccia

Secondo piatto: bollito misto alla piemontese oppure bistecca alla tartara

Provare per credere! Cheers!

 

p.s. Non dimentichiamo i consigli per gli acquisti! Potete trovare la Barbera D’Alba Nemes di Rivetto qui.

La Palazzola e il Metodo Ancestrale

L’Umbria è una regione troppo spesso sottovalutata nel mondo vinicolo italiano! E lo si capisce bene dopo aver visitato l’Azienda Agricola La Palazzola, a Vascigliano, in provincia di Terni.

Azienda che produce vini naturali, e che fa del rispetto del terreno e della vigna la propria filosofia aziendale.
Ad esempio, sono oltre quindici anni che il terreno non viene lavorato, l’inerbimento è spontaneo e controllato da un esercito di oche, che lavora indefesso nei campi.
Nemmeno usano rame o zolfo in vigna (se non, al massimo per un paio di volte, nelle stagioni più brutte, mai sette o otto volte come spesso avviene).
E’ noto, infatti, che tanto più sana è l’uva, tanto più si lavora bene in vigna, tanto più è semplice evitare trattamenti sanitari.
Anche l’uso della solforosa è molto limitato, ma non viene visto come un tabù, anzi non avverto nessun approccio integralista, semplicemente equilibrio e competenza. I valori massimi sono intorno ai 30/40 mg/l, quindi nettamente al disotto dei limiti di legge.

Tuttavia, appena arrivo vedo un trattore che sta proprio facendo un trattamento, seguito dalla sua vivace nuvola di sostanze nebulizzate. Quali sono? Ortica, equiseto, malva, salice e propoli. Una volta dosate opportunamente, si prepara un infuso di queste erbe, che poi viene irrorato in vigna.

Per ognuna di queste erbe c’è una ragione ben precisa.

L’ortica è una pianta urticante che crea un film superficiale tale da evitare il contatto con l’acqua per piogge fino a due giorni consecutive; l’equiseto (o coda di cavallo) è la pianta che contiene la maggior parte di silicati, che hanno una forte capacità assorbente, e quindi gioca un ruolo fondamentale nel caso di eccesso di acqua; il salice ha la scorza ricca di un salicilato da cui si ottiene l’acido acetilsalicilico, che è il principio attivo dell’aspirina: un perfetto antibatterico.

Per finire, la propoli è un cicatrizzante naturale.

 

 

Come dicevo anche l’uso di rame e zolfo è molto limitato, anzi proprio nullo nella maggior parte delle annate.
Perché’, visto che è pacificamente accettato anche dai vignaioli naturali più oltranzisti? In effetti, ha un’azione di bloccaggio superficiale delle principali malattie fungine: oidio e peronospora; il film superficiale di rame evita che i funghi possano entrare all’interno dell’acino. Sembra però dimostrato che l’uso prolungato nel tempo possa provocare sterilità del terreno. Ecco il motivo per cui lo evitano.

La Palazzola possiede circa 26 ha di vigneti, posti a un’altezza di 300 metri circa; terreni in genere argilloso-calcarei e ricchi di scheletro, ma sono anche presenti marne, specialmente nella zona alluvionale che scende verso il torrente, proprio vicino all’ingresso dell’azienda. La produzione annua si aggira intorno alle 125.000 bottiglie annue, distribuita tra l’estero e l’Italia.

Il Patron della Palazzola è Stefano Grilli, ingegnere nucleare, che dopo una breve carriera nell’ambito della ricerca, inizia a prendere le redini della proprietà di famiglia, e la sua passione per il vino fa il resto. Studi, viaggi e sperimentazioni fanno parte del suo bagaglio culturale e la loro applicazione alla propria terra è un passaggio naturale.

Non è un caso che proprio lui, per primo in Italia, introduca il “metodo ancestrale”. Cita con soddisfazione il famoso “interpello Grilli”, che portò successivamente all’accettazione e definizione giuridica del metodo ancestrale stesso. Si tratta di una tecnica per la produzione spumantistica che prevede di far fermentare il vino fino a circa 2,4% (che corrispondono a circa 24 grammi/litro di zuccheri), bloccando poi la fermentazione riducendone la temperatura a 2.7 gradi Celsius.

Solo in questo caso i lieviti utilizzati sono quelli selezionati del Prof. Castelli, altrimenti rigorosamente indigeni per ampliare lo spettro olfattivo dei proprio vini.

Questo vino/mosto viene poi imbottigliato e continuerà la fermentazione, senza aggiunta di liqueur du tirage. Seguono poi tutte le altre fasi di produzione dello spumante: riposo sui propri lieviti, remuage, sboccatura, ecc.

E’ un metodo complesso, che richiede maestria e tecnologia, soprattutto quella della gestione del freddo; fino a 20/30 anni fa sarebbe stato impossibile controllare l’intero processo. Ricordiamo che lo stesso Champagne nacque proprio in questo modo, sebbene oggi questa metodologia di produzione sia vietata.
Il metodo ancestrale permette anche di risolvere un altro aspetto della vinificazione dello spumante: quella di non andare troppo su con l’alcol. Tale aspetto non è apprezzato negli spumanti, anche perchè la produzione dell’anidride carbonica sarebbe ostacolata. Quindi l’obiettivo è quello di non salire troppo con la gradazione alcolica, rimanendo intorno al 12.5%, e utilizzare uve di qualità e mature, in grado di apportare il giusto quantitativo di zuccheri.
Il metodo ancestrale soddisfa pienamente queste richieste.

Un altro vino di grande particolarità è il loro unico bianco, fermo: il verdello, che affina in anfora. La ragione dell’anfora è legata alla tradizione passata in cui, nelle zone in cui la disponibilità di legno era limitata, l’anfora era il contenitore utilizzato in alternativa. La dote principale della terracotta era la possibilità di permettere l’ossidazione, che ha il vantaggio di far durare il vino.
Mettendo nella terracotta il vino, lo si porta vicino la punto di massima ossidazione, rendendolo cosi stabile e duraturo nel tempo. La terracotta era già impiegata in epoca romana: il dolium.

Quest’ultimo era un contenitore di terracotta di forma sferica, con altezza compresa fra 1,50 e 1,60 metri e larghezza superiore a 1,50 metri nel punto di massima espansione. La sua capacità era di circa 1500-2000 litri ed era adibito prevalentemente al trasporto di vino. A tal proposito è da notare che dalla dismissione di tali anfore è nato il “Monte dei Cocci” a Roma.

Una vera e propria “discarica” di epoca romana, ubicata nel cuore di Roma, all’interno del quartiere Testaccio. Gli antichi romani, infatti, erano soliti scaricare gli scarti di “cocci”, e anfore olearie sbarcati dal vicino porto fluviale sul Tevere e destinate alla vendita. Tali cocci, accumulandosi nel tempo, hanno finito per costruire una vera e propria collinetta in cui oggi è possibile passeggiare, alla scoperta di interessanti reperti risalenti al III secolo d.C.

Le anfore hanno anche altri aspetti positivi, come ad esempio, il fatto di non condurre correnti e quindi nessun campo elettromagnetico può influenzare il vino, come può accadere in un tino di acciaio, tuttavia sono prone alla possibilità di malattie.

Alla Palazzola, le anfore sono utilizzate per far riposare il vino, dopo la fermentazione, che avviene in legno, permettendo la microssigenazione che rende stabile e durevole il vino. I bianchi non fanno contatto con le bucce quindi non sono degli “orange wine”. Alla Palazzola il legno viene amato particolarmente, hanno infatti oltre 300 tra barrique e tonneau.

La varietà di vitigni de La Palazzola è un altra delle loro peculiarità e punti di forza. A bacca bianca abbiamo: Riesling, Traminer aromatico, Sauvignon Blanc, Chardonnay, Viogner, Grechetto, Trebbiano, Malvasia, Verdello Pinot Bianco e Grigio. Come vitigni a bacca nera troviamo: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Sangiovese, Petit Verdot, Mourvedre, Syrah, Ciliegiolo e Pinot Nero.

Il Riesling è quello che mi colpisce di più, e Stefano Grilli mi spiega la ragione della scelta. Non trovandosi i suoi vigneti all’interno di una DOC particolarmente blasonata (DOC Amelia), si è sentito libero di sperimentare, insomma era svincolato dal peso del blasone della DOC.

Essendo convinto che la vera qualità di un vino nasce in prima battuta dalla cura e attenzione dell’uomo, e solo secondariamente in funzione del terreno, inizia a sperimentare i migliori cloni dei vitigni, anche sfruttando l’aiuto prezioso del direttore dei vivai di Rauscedo.

Nel corso delle sperimentazioni e, scontrandosi all’inizio con normative, che da “uomo di scienza”, stenta a comprendere, inizia un rapporto, che diventa sempre più stretto con Riccardo Cotarella, che lo aiuta e tuttora accompagna nel suo ingresso nel mondo vinicolo italiano.

L’azienda produce anche ben quattro vini dolci: una vendemmia tradiva, di traminer e sauvignon, che nasce quasi per caso, in quanto un anno si accorsero che la botrytis aveva attaccato le uve di una parte del vigneto. E da quell’anno hanno iniziato la produzione di questo vino passito.
Oggi la vendemmia avviene in genere tra inizio ottobre e inizio novembre, e comunque quando circa l’80% delle uve è “arrostita”.

Ci sono poi due vin santo, uno di trebbiano e malvasia e uno di Sangiovese, chiamato Occhio di Pernice, entrambi molto intensi, carichi di profumi e sapori. Per finire addirittura un Eiswine. O Icewine? Chissà qual è la denominazione giusta visto che non siamo ne’ Germania ne’ in Canada. Infatti il nome del suo vino è “uve gelate”. Anche in questa occasione delle circostanze particolari, fecero si che intorno a metà ottobre ci fu una importante gelata, con temperature che scesero intorno ai -5 gradi centigradi, e quindi sperimentarono questo vino, che era un’altra novità assoluta per l’Umbria.

Passiamo ora a qualche nota di assaggio. Beh, il mio interesse per il Riesling mi porta a chiedere come mai oggi lo vinifichino solo spumante. La risposta, molte semplice, è legata alle quantità disponibili. Tuttavia ci sono in cantina delle bottiglie vecchie.

Allora apriamo un Riesling 1993: quindi ben 27 anni ci separano da lui.

Colore oro, di una lucentezza decisa, i profumi, meravigliosi, che in pochi minuti esplodono, sono di frutta matura, ananas, tropicale, miele, ginestra, camomilla secca e erba falciata e lasciata al sole. E poi la mineralità tipica del vitigno, non cosi ‘sfacciata’ come possiamo trovare in Mosella, ma chiaramente percepibile. Ancora dotato di buona freschezza, presenta un equilibrio invidiabile per un vino di quasi trenta anni, e una morbidezza che rende difficile abbandonare il bicchiere prima che sia finito.

L’altro vino provato è il verdello 2013 che affina in anfora. Intanto diciamo che l’etichetta è dell’artista Irene Veschi, che prosegue la tradizione di un progetto di etichette fatte da artisti, e che ormai arriva al ventesimo anno di vita. Come note di degustazione, spicca al naso la nota piuttosto ossidata, da cui emerge nettamente la banana e la papaya. Buona freschezza, e piacevolezza di beva. Certamente la nota ossidata dato dallo scambio con l’ossigeno, tende a coprire i profumi, e ci porta come primo impatto a dire che c’è qualcosa di anomalo.
In effetti, oggi, i profumi nascono in bottiglia, in ambiente privo di ossigeno, in riduzione quindi. Da queste considerazioni, nasce una discussione sul riappropriarsi dei profumi dei vini come erano fatti in passato.
Questo infatti era il modo con cui i contadini li facevano, e la ragione è semplice, cosi il vino gli durava di più.

In conclusione, una giornata davvero piacevole, passata in un bella cantina umbra, imparando molte cose, come ad esempio il nesso tra la legge di van der Waals e le bollicine dello spumante.

L’invito ad andare a visitare La Palazzola è particolarmente giustificato!

Lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri

Approfitto del Venerdì, e del fatto che Domenica partirò per luoghi vinosi , per parlarvi di uno dei vini che recentemente è entrato a far parte di uno dei miei momenti preferiti della giornata: l’aperitivo.

Un vino che ho provato diverse volte e con assaggini di diverso tipo e devo proprio dire che si sposa benissimo con molti dei finger food e antipastini che di solito ci troviamo a preparare/assaggiare in zona happy-hour.

Stavolta non si tratta di un Prosecco! Il vero protagonista di oggi è uno Spumante Brut prodotto nel Lazio dalle Cantine Silvestri, acquistabile facilmente da Eataly ad un ottimo prezzo, di circa 7 Euro … anche se in alcuni casi l’ho trovato in offerta anche a 5!

Etichetta Spumante Brut - Cantine Silvestri
Etichetta Spumante Brut – Cantine Silvestri

Lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri viene realizzato a partire da uve Falanghina e Chardonnay: un prodotto di grande freschezza ma non eccessivamente pungente, con una piacevole effervescenza.

I profumi sono semplici e netti, fruttati, floreali e vagamente vegetali: note di limone, mela, margherite, maggiorana accompagnano un assaggio in cui, sul finale, si percepisce una leggera nota fumè.

Ho provato lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri in tante occasioni, in accompagnamento a delle pizzette di sfoglia, con delle olive ascolane, con delle mozzarelline fritte, con delle mini quiche di zucchine, con dei fiori di zucca in pastella … ma se devo scegliere uno dei miei match preferiti non posso che menzionare quello che lo vede protagonista insieme a delle focaccine al pomodoro pachino e olive.

focaccia_pugliese

Diversamente da molti altri spumanti e prosecchi che, in alcuni casi, possono rivelarsi un po’ troppo strutturati per degli antipasti o dei semplici finger food e, spesso, anche troppo costosi, lo Spumante Brut delle Cantine Silvestri fa veramente un figurone al momento dell’happy hour e, in questa stagione più che mai, è sempre un piacere provarlo bello fresco, a una temperatura di circa 6 gradi.

Quindi, per il vostro prossimo happy-hour (mancano solo poche ore 😉 ) non potete avere dubbi sulla scelta.

Forse l’unico problema è che il vino vi invoglierà ad assaggiare ancora più antipastini!
Tutti i finger food e gli antipasti appena menzionati vengono ampiamente arricchiti dalla freschezza dello spumante e dai suoi profumi e quindi diventa difficile resistere.

Ogni tanto però bisogna pure arrendersi!

Auguro a tutti un felice week-end!

 

Fra una settimana tornerò con ricchi resoconti vinosi quindi … attendete fiduciosi!

Visita alla Cantina Masciarelli

Visitare la Cantina Masciarelli vuol dire incontrare uno dei pilastri della viticultura abruzzese, ma soprattutto degli innovatori assoluti nel panorama vitivinicolo abruzzese della fine del secolo scorso. Incontrare metaforicamente, perché’ purtroppo Gianni Masciarelli ci ha lasciato prematuramente nel 2008 a soli 50 anni.

Il fondatore dell’Azienda è proprio Gianni Masciarelli, che come studente di economia, partecipa a un viaggio Erasmus in Francia, e lì inizia ad approfondire una sua vecchia passione: il vino e le modalità di produzione. In Francia apprende gli arcani della vinificazione in barrique, dei metodi di allevamento a filare, in particolare il guyot e per finire ‘scopre’ vitigni come cabernet sauvignon, merlot o lo chardonnay. Negli anni 80 torna in Italia e stabilisce nell’attuale Villa Gemma la propria cantina, con tanto di bottaia, e uffici commerciali.

Peraltro Villa Gemma è oggi il nome della linea top dei vini di Cantina Masciarelli. Dalla Francia, oltre alle innovative tecniche di vinificazione, Gianni importa la filosofia della qualità. Oggi in azienda, capeggia questo motto:

“La Ricerca della qualità non è una singola azione di cui ci si può ricordare una volta a settimana oppure una volta al mese … è un pensiero costante con il quale ci si sveglia la mattina e ci si addormenta la sera”.

Qualità nell’Abruzzo degli anni ottanta vuol dire eliminare la produzione a tendone, ridurre la produzione favorendo la selezione dei grappoli. Questo cambiamento fa anche si che Masciarelli si attiri le preoccupazioni, e qualche volta le ire, dei suoi colleghi.
L’Abruzzo, nota ‘cantina d’Italia’, tende a produrre in quantità piuttosto che in qualità, anche aiutata dal fatto che il Montepulciano e il Trebbiano sono uve molto produttive. Tuttavia la decisione e la determinazione di Gianni spacca il fronte conservatore e apre l’Abruzzo a un nuovo futuro.

Oggi Cantine Masciarelli possiede circa 400 ha, in tutto il territorio abruzzese, in modo da essere in grado di selezionare il meglio dalle diverse zone:

Aquila e Teramo sono infatti a metà tra collina e montagna; Pescara è marittima; Chieti è a metà tra mare e montagna (Maiella); la cantina si trova proprio in provincia di Chieti, dominate dalla Maiella, e i vigneti adiacenti sono a 400/500 esposti a un’escursione termica molto spinta, con un beneficio facilmente immaginabile.

La produzione annuale si attesta sui 3.000.000 di bottiglie, per la metà circa commercializzate in Italia (percentuale mediamente più alta rispetto a molto alti produttori), con un 20/25% proprio in Abruzzo; la rimanente parte è destinata ai mercati esteri. Attualmente hanno cinque linee di prodotti: Villa Gemma, Marina Cvetic (moglie di Gianni, attualmente a capo dell’Azienda), il Castello di Semivicoli e la linea Classica (la prima linea creata da Gianni Masciarelli) in cui troviamo il Villa Gemma Rosso e il Bianco.

Villa Gemma Rosso, vino top e pluripremiato, è prodotto con uve Montepulciano, cru ‘Vigneto Colle Cave’ a San Martino della Marrucina. E’ disponibile anche in versione Cerasuolo, sempre dalle stesse vigne.
Il bianco proviene da uve: Trebbiano 80%, Cococciola 15% e Chardonnay 5%. Da notare che il Villa Gemma Rosso esce dopo sei anni di affinamento: due anni in tini di legno, poi altri due anni in barrique e quindi ulteriori due anni di affinamento in vetro, dove completa il suo ampio bouquet.

In una cantina fondata da chi per primo ha portato il legno nella vinificazione abruzzese, non potevano mancare delle bottaie molto interessanti e particolari. La prima che visito è quella dedicata ai genitori, Amedeo e Liberata, dove si trovano i tini dedicati al riposo dei primi due anni del Villa Gemma.

Passiamo quindi alla barricaia dei rossi, impressionante, con oltre mille barrique, tutte rigorosamente di rovere francese e sempre utilizzate in primo passaggio. E’ chiara l’impronta stilistica aziendale e anche l’impatto economico di tali scelte. In questi locali maturano i rossi Marina Cvetic e Villa Gemma.

Gli altri rossi: Castello di Semivicoli e la Linea Classica fanno solo vinificazione in acciaio.

I vini della linea Marina Cvetic passano 12 mesi in barrique e un ulteriore anno in vetro. Da notare che il Trebbiano utilizzato per il Castello di Semivicoli deriva da vigne di oltre 120 anni. Ciò regala una profondità e longevità a questo prodotto che altrimenti solo il legno permetterebbe.

Passiamo alla barricaia dei bianchi, che è letteralmente scavata nella roccia, con una barriera di sassi, che oltre ad avere una funzione estetica, concorre al perfetto equilibrio termico; il sistema di condizionamento è assolutamente naturale il ricircolo dell’aria è garantito solo da ventilatori: insomma un vero e proprio caveau di prezioso liquido.

 

Degustando i Vini della Cantina Masciarelli

Passiamo alle note di degustazione:

Villa Gemma Cerasuolo: si tratta di uno di questi rosati dal colore e dal profumo accattivante, in cui la nota del Montepulciano è evidente, oltre al lampone all’amarena. Al gusto risulta fresco in un perfetto equilibrio e lunghezza rimarchevole.

Marina Cvetic Montepulciano d’Abruzzo: colore intenso e profondo tipico del vitigno, comunque vivace e luminoso. Al naso regala sentori di frutta scura, matura, mineralità che ricorda la cenere, la pietra focaia e poi eleganti note dolci. Un gusto pieno, con tannini presenti ed eleganti che offrono un sorso di particolare pregio. D’altra parte non è un caso se Wine Spectator l’ha definite come un dei 100 vini migliori al mondo!

Marina Cvetic Trebbiano D’Abruzzo: il colore dorato, vivace e cristallino, tradisce l’affinamento in legno e la maturazione sui lieviti, di ben diciotto mesi. Un profumo intenso, di fiori gialli e frutta matura, camomilla e fiori secchi. Un gusto opulento che la fanno sposare bene con primi piatti importanti della cucina abruzzese o carni bianche, anche piuttosto elaborate.

Marina Cvetic Merlot: è un Merlot un po’ atipico, non trovi quella fruttosità o quella patina di glicerina che ti accarezza la bocca. Trovi invece un vino gentile, ma non appiattito o costruito per piacere a prescindere. Zona di produzione Ofena, da vigneti di circa 500 metri.

Gianni Masciarelli Linea Classica: è il vino che trovo più interessante, soprattutto in relazione al costo. Un vino di una piacevolezza unica, chiaramente meno intenso e carico dei sui fratelli più blasonati, ma proprio per questo più facile da abbinare alla cucina di tutti giorni. Profumi di frutta rossa, ciliegia su tutte, sfumate da note dolci.