La Pastiera e il passito Diamante di Tasca D’Almerita

Dal momento che la Pasqua è ormai prossima è il momento di trovare un giusto compagno in grado di esaltare uno dei dolci che preferisco in assoluto e che, guarda un po’, è protagonista della festività della prossima domenica: la Pastiera Napoletana.

Da sempre la Pastiera e sinonimo di festeggiamenti Pasquali e ormai, già da qualche settimana, la troviamo in ogni pasticceria ad allietarci con i suoi tipici profumi; pertanto mi sembra quasi d’obbligo assaggiarla il giorno di Pasqua, nonostante ci siano tanti dolci tipici per questa occasione, appartenenti alle diverse tradizioni culinarie regionali e locali, come ad esempio la ciambella (o zambela) romagnola, il tortano di Gaeta e ovviamente la super conosciuta Colomba con la sua tipica glassatura alle mandorle.

 

Pastiera? Quale Vino abbinare?

Quest’anno mi sono riproposta come missione quella di trovare un vino dolce in grado di accompagnare ed esaltare proprio la Pastiera nella sua versione più classica.

Non è un’impresa facile! Già l’anno scorso mi ero cimentata ma senza troppo successo.

Il problema principale sta nel trovare un vino da dessert in grado di mitigare la grassezza di questo dolce, accompagnarne la struttura importante ed esaltarne il gusto senza sovrastarlo.

Di solito nella tradizione campana, per accompagnare la pastiera napoletana, si utilizzano i vini passiti a base di Falanghina, caratteristici delle DOC Sannio e Sant’Agata dei Goti, come ad esempio il Phileno dell’azienda Mustilli, molto diffusi a livello locale ma, ahimè, spesso difficili da reperire altrove, specie se non si ha voglia di ordinare online.

Quindi ho dovuto cambiare strategia, slegarmi dalla tradizione e sperimentare un abbinamento con un vino potenzialmente valido allo stesso modo, di maggiore diffusione e ovviamente di più facile reperibilità.

 

L’abbinamento con il Diamante di Tasca D’Almerita

Diamante 2011 - Tasca D'Almerita
Diamante 2011 – Tasca D’Almerita

Stavolta l’esperimento ha premiato i miei tentativi pasquali: proprio ieri ho provato la pastiera napoletana classica in abbinamento con il famoso passito Diamante di Tasca D’Almerita, annata 2011, un vino dolce siciliano, originale ed estremamente piacevole e bevibile.

Originale perché al contrario di molti passiti siciliani a base di Moscato, sfrutta un’interessante combinazione con un altro vitigno ugualmente profumatissimo: il traminer aromatico (aka gewürztraminer) conosciuto soprattutto nell’ambito di quella produzione vitivinicola legata a terroir caratterizzati da un clima più freddo, come quelli in Alto Adige.

Ovviamente si tratta di un passito estremamente profumato, un vero trionfo di fragranze: miele d’acacia, marmellata di fichi, mandorle, scorza d’arancia candita, zucchero di canna e note floreali a ricordare la camomilla.

E di certo non perde all’assaggio! Anche qui si riscontra una grande finezza nei sapori che rispecchiano pienamente gli aromi percepiti.

la pastiera
La Pastiera

La leggerezza e la freschezza di questo passito, accostate a una grande morbidezza, lo rendono un compagno eccellente per un dolce come la Pastiera Napoletana: l’acidità contenuta del Diamante di Tasca D’Almerita, che lo rende così piacevole e per nulla pesante o stucchevole, alleggerisce perfettamente la grassezza del ripieno e la struttura si adegua a quella del dolce senza cancellarne i sapori.

Ma sono i profumi del vino, presenti anche nell’assaggio, a rendere ancora più deliziosi gli aromi del dolce: il sapore e l’aromaticità della frolla e il gusto del ripieno si fanno più netti e la loro percezione, al momento della degustazione, si fa lunghissima.

E’ decisamente piacevole prolungare l’assaggio di un fetta di pastiera, voi che dite? 😉

 

p.s. Anche il prezzo del Diamante di Tasca D’Almerita è ottimo, soprattutto considerando la grande qualità riscontrata nel prodotto.

Per quanto mi riguarda l’ho acquistato a circa 18 Euro da Eataly ma si trova facilmente in molte enoteche in tutta italia e anche online, ad esempio qui oppure su Tannico.

Il Verdicchio Classico Superiore di Bucci

Altra incursione nel reparto vini di Eataly a Roma e altra preda catturata al giusto prezzo di 10,80 Euro! Qualche giorno fa ho avuto proprio il piacere di acquistare e assaggiare il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2013 dell’Azienda Bucci.

Il Verdicchio Classico Superiore 2013 di Villa Bucci
Il Verdicchio Classico Superiore 2013 di Villa Bucci

Siamo quindi nel territorio dei Castelli di Jesi, in provincia di Ancona e Macerata, su quelle colline che rappresentano uno dei luoghi eletti per la coltivazione del Verdicchio, vitigno autoctono della regione Marche di cui abbiamo notizie fin dall’epoca romana: una collocazione territoriale di antica origine che evidentemente ha mostrato le sue potenzialità già nel lontano passato della penisola italica.

I profumi di questo Verdicchio sono tenui, con una percepibile tendenza dolce apparente. Si sentono soprattutto i sentori fruttati e floreali, con delle note che ricordano le erbe aromatiche: un bouquet semplice e piacevole, dove ogni profumo è ben distinguibile.

All’assaggio c’è una piena corrispondenza con i profumi percepiti: il prodotto sa veramente di pesca bianca e di mela golden, con quella tipica freschezza croccante; poi in sottofondo si percepiscono anche la maggiorana e la salvia.

In chiusura si sente bene quella nota delicatamente amara di mandorla, da qui la cosiddetta “scia ammandorlata” di cui spessissimo si parla, percepibile all’assaggio di molti vini e che spesso si ritrova proprio nei Verdicchi di Jesi.

Quello di Villa Bucci è un Verdicchio delicato, con un’ottima morbidezza: leggermente più sapido che fresco ma l’equilibrio tra le morbidezze e le componenti dure è ottimo.

Da questo possiamo dedurre che si tratta di un vino che potenzialmente possiamo accostare anche a piatti dai sapori decisi.
Ovviamente, però, dobbiamo considerare anche la struttura nell’abbinamento; stiamo sempre parlando di un vino bianco che non è stato affinato in legno, un bianco di medio corpo che pertanto andrà abbinato a piatti di struttura simile.

Con un tenore alcolico di 13,5 % possiamo ben affiancarlo a piatti dotati di una succulenza percepibile: non è certo un vino da uovo fritto e rustici agli spinaci, da relegare al momento dell’aperitivo!

 

Il Verdicchio Classico Superiore di Bucci: gli Abbinamenti

In questo personale esperimento ho abbinato il Verdicchio superiore di Bucci a un primo piatto: un riso con sgombro aromatizzato al pesto.

Bavette con pesto alla genovese e gamberoni
Bavette con pesto alla genovese e gamberoni

Le tendenze dolci che si percepiscono nei profumi e all’assaggio, insieme alla morbidezza del prodotto, si sposano bene con la sapidità del pesto e dei filetti di sgombro.

Al di là della preparazione specifica con cui l’ho voluto provare si tratta di un vino sicuramente adatto ad accompagnare dei primi piatti con sughi a base di verdure e pesce, anche speziati e leggermente piccanti: vedrei bene questo verdicchio anche con una pasta al pesto e zucchine, con delle linguine pesto e gamberi, con un risotto alla crema di carciofi oppure anche con una pasta con le sarde.

Inoltre il Verdicchio classico superiore di Bucci è adatto sicuramente ad accompagnare dei secondi piatti di pesce: già lo vedo in perfetta sintonia con un rombo in crosta di patate oppure con un branzino al cartoccio, con cipolle e datterini.

E’ interessante constatare, dopo diversi assaggi, come alcuni Verdicchi dei Castelli di Jesi tendano ad esaltare l’aromaticità del pesto (quello genovese e le sue innumerevoli “rivisitazioni”) … una nota che mi riservo di approfondire con il tempo.

Stay tuned!

Il Greco di Tufo e gli Abbinamenti Possibili

Negli ultimi giorni abbiamo guardato con particolare riguardo al territorio di produzione del Greco di Tufo e, attraverso le visite alle Cantine dell’Angelo e alla Cantine di Marzo a Tufo, abbiamo messo in evidenza le peculiarità di questo limitato e speciale territorio che comprende i comuni di Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni, tutti in provincia di Avellino.

Un territorio che riesce proprio per le sue origini vulcaniche e la sua ricchezza minerale a conferire quella particolare sapidità e quelle note ammandorlate e spesso anche fumé alle sue uve: caratteristiche che riscontriamo in tutta la loro forza degustando un Greco di Tufo DOCG.

 

Abbinare il Greco di Tufo al Cibo

Ora … ben vengano gli abbinamenti cibo-vino con questo speciale prodotto del territorio campano! Scegliendo un Greco di Tufo le possibilità di abbinamento sono davvero molte e dalle grandi potenzialità gustative.

Dobbiamo però considerare, come sempre, le differenze esistenti tra prodotti di una stessa tipologia: differenze che vanno testate assaggiando i diversi “Grechi” di Tufo prodotti dalla varie aziende … un compito davvero arduo 😉 ma essenziale per valutare tutti gli aspetti di questo vino, dal fine profilo aromatico e dalla struttura importante.

Tuttavia, personalmente, trovo che il Greco di Tufo sia un vino di facile abbinamento, fatto già notato in questa occasione: basta seguire alcuni semplici accorgimenti per far si che il Greco di Tufo esalti veramente le pietanze a cui viene accompagnato, creando così un perfetto binomio cibo-vino.

Si tratta infatti di un prodotto che presenta sempre e comunque alcune piacevolezze di base, facilmente riconoscibili e apprezzabili.

 

Il Greco di Tufo, il pesce e oltre

Il Greco di Tufo è un bianco sicuramente di grande sapidità e freschezza (leggasi sempre acidità) che dà il meglio di sé soprattutto se accompagnato a piatti di pesce (ma non solo!), declinati in molti modi diversi.

Ottimi abbinamenti lo vedono protagonista insieme al baccalà, fritto oppure in umido con verdure, (come il Cutizzi, qui!), insieme ad un orata al forno, con patate e pomodorini confit, magari con un filetto di pesce spada aromatizzato agli agrumi.

In particolar modo i suoi caratteri di spicco, la sapidità e la freschezza, lo rendono un vino perfetto per accompagnare i crostacei: gamberi, scampi, mazzancolle, crudi e grigliati, ma meglio ancora se usati come condimento all’interno di una pasta.

Tortini di Polpa di Granchio con Scampi
Tortini di Polpa di Granchio con Scampi

Anche alcuni molluschi a tendenza dolce possono sposarsi bene con il Greco di Tufo, come ad esempio i calamari, il polpo, le seppie e le capesante.

Il Greco di Tufo è un vino che riesce proprio ad esaltare tutte quelle tendenze dolci presenti in un piatto. (cos’è una tendenza dolce? Leggetelo qui!). Ben vengano quindi, per accompagnare questo vino, tutti i seguenti primi piatti: tagliolini gamberi e zucchine, tagliolini con capesante, riso saltato con gamberi e mozzarella, fusilli con pomodorini, verdure e mozzarella, fusilli con seppioline.

La stessa tradizione culinaria irpina vede il Greco di Tufo come perfetto compagno di alcune ricette tipicissime, con protagonisti degli “ingredienti” a chiara tendenza dolce. Solo per citarne alcune gustosissime: il baccalà con le patate e l’agnello con i piselli.

 

Il Greco di Tufo e (pure) la carne

Non solo pesce quindi! Una buona idea consiste proprio nell’usarlo insieme a piatti a base di carne di pollo, di tacchino o di agnello con un contorno di verdure e magari anche arricchite di spezie.

A riguardo degli ottimi abbinamenti potenziali potrebbero essere con le seguenti pietanze: il pollo al curry, le polpette di tacchino in umido al timo e l’agnello in crosta di pinoli e noci … anche se, personalmente, gli abbinamenti con la carne di agnello mi sembrano un pochino azzardati e in generale mi convincono di meno.

Si tratta comunque di un vino che preferisco abbinare con i piatti a base di pesce tuttavia, se la nostra cena prevede un menù di carne, non vedo perché scartare a priori un vino così delizioso 🙂

Pollo al Curry con Riso e Piselli
Pollo al Curry con Riso e Piselli

Se si scelgono le carni è necessario optare per delle carni bianche e delle cotture veloci usando dei contorni di verdure e frutta secca per evitare un’eccessiva untuosità della pietanza che richiederebbe la presenza di tannini più evidenti, propri solo di un vino rosso.

Non si dovrebbe mai abbinare un Greco di Tufo ad un cosciotto di agnello al forno con patate!

L’untuosità, la succulenza, la cottura lunga e la tendenza amarognola che ne può derivare andrebbero a minare il rapporto con il vino.

 

Valutare la struttura del Greco di Tufo

Fondamentale nell’abbinamento con un Greco di Tufo è la valutazione del corpo del Vino.
Il Greco di Tufo rappresenta un bianco piuttosto impegnativo per la ricchezza dei suoi aromi, la sua struttura e il suo tenore alcolico ben presente: molti prodotti di tale DOCG hanno un titolo alcolometrico di 13-13,5°, nonostante il minimo previsto dal disciplinare sia 11,5°.

L’importanza di tale struttura può variare in base al Greco di Tufo scelto: alcuni prodotti di questa DOCG sono ricavati da vigne vecchie o da terreni in grado di conferire un corpo notevole al prodotto finale, alcuni vengono affinati a lungo, senza contare tutte le attività umane in vigna e durante la vinificazione in grado di trasformare le uve; pertanto è essenziale considerare anche questo fattore in vista di un abbinamento.

Se abbiamo un Greco di Tufo con un buon tenore alcolico e una struttura importante dovremmo evitare di abbinarlo con preparazioni troppo semplici e poco strutturate.

Ad esempio, non abbinerei mai il Vigna Cicogna di Benito Ferrara con delle semplici mazzancolle alla griglia.

Anche in questo caso è l’assaggio che ci può fornire il quadro completo del vino; tuttavia, se impossibilitati, possiamo sempre consultare il produttore e la scheda che egli stesso fornisce sul vino.

In generale il Greco di Tufo è un vino che sconsiglio di usare per un semplice aperitivo: sempre meglio riservarlo per dei primi o dei secondi piatti e in generale per pietanze dotate di struttura e di una buon livello di succulenza.

Se vi è venuta voglia di provare un Greco di Tufo qui e qui potete leggere alcuni abbinamenti verificati e mooolto gustosi!

Il Greco di Tufo “Devon” delle Cantine Antonio Caggiano: Prova di Abbinamento

Visto che il mese di Marzo si è aperto in omaggio al buon Greco di Tufo DOCG, con due visite ad importanti Cantine del Suo territorio, è opportuno consolidarne la fama di vino delizioso e ben sfruttabile proponendo un bell’abbinamento specifico.

Dico sfruttabile, perché come riportato qui, il Greco di Tufo è un vino bianco che, nonostante la struttura impegnativa e i netti profumi, si presta a molti abbinamenti di sicuro successo.

In questo articolo però ne vediamo solo uno, delizioso e allo stesso tempo elegante.
Altrimenti potete trovare tante altre proposte di abbinamento qui.

 

Il Greco di Tufo Devon 2013 delle Cantine Antonio Caggiano

Per una cena in onore del Greco di Tufo ho scelto il “Devon” delle Cantine Antonio Caggiano: un Greco di Tufo a mio parere dall’ottimo rapporto qualità-prezzo.
E’ facilmente reperibile online e nelle enoteche ad un prezzo compreso tra i 12 e i 14 Euro. In quel di Roma l’ho trovato all’Enoteca Costantini e pagato 13€.

Etichetta Greco di Tufo Devon 2013
Etichetta Greco di Tufo Devon 2013

Il Devon è un vino che rispecchia pienamente quelle caratteristiche che abbiamo visto essere tipiche del Greco di Tufo e ne esalta decisamente la specificità.

Quindi non è una sorpresa constatare la grande sapidità del prodotto che risulta quasi salino all’assaggio, capace di aggiungere quel quid saporoso in più a quei piatti con un’evidente tendenza dolce.

Ovviamente non possiamo dimenticare la freschezza di questo Greco di Tufo, anche se in questo caso mi sembra nettamente meno percepibile della sapidità.

I profumi del Devon sono principalmente fruttati, con sentori di albicocca, ananas, agrumi, frutta secca, e floreali, con note di ginestra. E’ percepibile in sottofondo anche una componente aromatica vegetale.

Tuttavia, secondo me, è senza dubbio all’assaggio che questo vino si fa veramente apprezzare, per la sua struttura, la sua morbidezza e la sua persistenza.

Si tratta infatti di un vino dalla struttura importante, pieno e corposo, non certo un bianco leggerino che scivola via appena bevuto: quindi un prodotto in pieno rispetto di quanto ci si aspetta da un vero Greco di Tufo.

Nonostante l’evidente componente sapida e l’acidità che rimane comunque ben percepibile, si tratta di un vino in cui si percepisce una buona morbidezza: le durezze che si sentono all’assaggio non sono assolutamente fastidiose.

Che dire della qualità dell’assaggio? Il Devon è un vino sicuramente saporito e persistente, con una lunga scia ammandorlata, ben percepibile e che rimane a lungo al termine dell’assaggio.

 

La prova di abbinamento

Come migliorare un vino così piacevole? In realtà è possibile e valgono sempre le regole di abbinamento viste in generale per il Greco di Tufo, magari leggermente calibrate in base a quelle tipicità del prodotto, che ho appena elencato.

Ho deciso si abbinare il Devon a degli spaghetti fritti su crema di zucchine e mozzarella con pomodorini grigliati e calamari.

Spaghetti fritti con calamari e pomodorini grigliati su crema di zucchine e mozzarella
Spaghetti fritti con calamari e pomodorini grigliati zucchine e mozzarella

Un trionfo di ingredienti a tendenza dolce, vivacizzati dalla presenza di una leggera speziatura e dall’acidità contenuta dei pomodorini.

L’acidità del vino e la sapidità agiscono in sinergia per mitigare nettamente la tendenza dolce della pietanza; la spiccata sapidità, in particolare, interviene per alleggerirne la grassezza, data dalla presenza della crema di mozzarella e della frittura.

Quello che mi piace soprattutto, in questo abbinamento, è l’aumento della persistenza del vino all’assaggio: la scia sapida finale del Devon diventa ancora più lunga e più piacevole.

… da provare e riprovare !

Il Montiano di Falesco e Il Merlot nel Lazio

Avevo un vino (e che vino!) sullo scaffale da un po’ troppo tempo, comprato in attesa di una cena degna e che finalmente ho potuto aprire e degustare. Anche perché non avendo una cantinetta climatizzata rischiava, con il tempo, di rovinarsi, soprattutto con l’arrivo imminente del caldo romano che nulla risparmia.

Si tratta ancora un volta di un vino rosso del Lazio, il Montiano, un merlot in purezza, prodotto dall’azienda Falesco con sede a Montecchio, in Umbria, ma con vigneti sparsi tra l’area del Lago di Bolsena e Orvieto.

Si, lo so, sembro un po’ fissata sui vini del Lazio e dei territori limitrofi ma, in fondo, perché dovrei sempre scegliere vini per così dire “distanti”, quando ancora molte delle caratteristiche della produzione della mia regione e di quelle confinanti mi sono sconosciute?

Ben vengano i prodotti da tutte le regioni, e anche dall’estero, ma la filosofia del Km 0 applicata anche ai vini non mi dispiace, pertanto continuerò a provare molti vini dell’Italia centrale, per cui ho a disposizione un’ampia scelta, e ovviamente anche tutto ciò che mi incuriosisce regione per regione … in questo spero mi aiuterà il Vinitaly 2015 🙂

Il Montiano, nell’annata 2011, è un vino che merita sicuramente di essere degustato.

Si tratta di un vino che viene ormai prodotto dagli anni ’90, dal 1994 per l’esattezza, dai frutti di un vitigno internazionale che nelle regioni centrali d’Italia, a quel tempo, non veniva troppo considerato e di certo non veniva vinificato in purezza ma solo in aggiunta ad altre uve locali: sto parlando proprio del vitigno bordolese Merlot, portato in territorio laziale dagli agricoltori veneti nel periodo della bonifica dell’agro pontino.

Tuttavia, prima la produzione toscana, già negli anni ’80, poi quella Umbra e del Lazio, negli anni successivi, hanno dimostrato sempre più a capacità di questo vitigno di dar vita, vinificato in purezza, a prodotti di grande spessore gusto-olfattivo e di ottima struttura, dei merlot quindi molto diversi da quelli di vibrante freschezza e intensi profumi vegetali tipici delle regione Settentrionali Italiane, molto meno strutturati all’assaggio e, per così dire, più pronti e beverini.

Carattere tipico delle uve Merlot è quello di dare rotondità e morbidezza al prodotto.

Spesso infatti quei vini ricavati completamente da uve di questo tipo sono usati per accompagnare piatti a base di carne di grande spessore gusto-olfattivo, anche con importanti componenti sapide, grasse, a tendenza amarognola o dolce: quindi carni alla brace, carni con salse elaborate e speziate, cacciagione e in generale pietanze a base di carne che possono presentare delle “durezze” all’assaggio, per natura, cottura e condimenti, che la rotondità di un vino a base di Merlot può ammorbidire ed esaltare.

Se abbiamo dubbi sulle potenzialità del Merlot in tal senso, basta pensare all’Apparita del Castello di Ama e a molti altri Supertuscan o toscani IGT per ricredersi: vini a base di Merlot importanti da abbinare, per la loro complessità e struttura, ma comunque di grande morbidezza e finezza.

Il Montiano 2011 - Falesco
Il Montiano 2011 – Falesco

Ma non è solo l’uvaggio di partenza, ricavato da vigne di quindici anni d’età, a rendere importante il Montiano di Falesco: il territorio di provenienza e tutte le operazioni di coltivazione, vinificazione, maturazione in barrique e affinamento contribuiscono decisamente al suo valore.

Le uve Merlot del Montiano di Falesco provengono dalle colline del Viterbese nei pressi del lago di Bolsena, tra i centri di Montefiascone e Castiglione in Teverina.

Si tratta di terreni di origine vulcanica, con una tessitura ricca di scheletro (tufi sciolti, depositi lavici, detriti piroclastici, ecc.), che permettono alla vite di produrre uve con un maggior residuo zuccherino e danno l’opportunità di ottenere un vino con un buon tenore alcolico, una maggiore rotondità e anche una grande finezza dei profumi.

Bisogna dire che il Merlot si è acclimatato bene nell’area in questione e il Montiano è perfetta espressione di tale vocazione.

Un vino di un bel color rubino, con profumi intensi di amarena, anche sotto spirito, lamponi, petali di rosa essiccata, pepe, vaniglia e delle note più delicate di liquirizia e foglia di tabacco.
All’assaggio emerge soprattutto la componente speziata ma quello che stupisce e risulta davvero piacevole è la morbidezza: nessuna punta di freschezza eccessiva, nessun tannino troppo astringente, una delicata sapidità. Un vino equilibrato, di corpo, quasi masticabile, con una lunga persistenza gusto-olfattiva data dalla scia calda lasciata dalla componente speziata.

La morbidezza del vino insieme alla sua freschezza e alla sua struttura importante lo rendono un compagno perfetto per carni succulente, con un’evidente tendenza dolce, una buona grassezza, di grande aromaticità.

Il Montiano di Falesco può sposarsi sicuramente bene con piatti a base di cacciagione da pelo: si potrebbe provare ad esempio in accompagnamento ad uno spezzatino di cinghiale con funghi e patate oppure ad un carrè di capriolo con salsa al ribes.

Ottime potenzialità ha anche un abbinamento con la carne d’agnello: sicuramente il Montiano è da provare con un cosciotto di agnello laccato al miele di agrumi.

Anatra glassata allo Sherry con salsa di mele e mele
Anatra glassata allo Sherry con salsa di mele e mele

Personalmente ho deciso di provarlo con un petto d’anatra glassato allo Sherry, con salsa e contorno alle mele: un abbinamento piuttosto riuscito in cui la freschezza non eccessiva del vino insieme alla lieve acidità delle mele hanno mitigato la grassezza dell’anatra, mettendone in evidenza il gusto particolare.

Un piatto di grande succulenza che senza dubbio ben rispecchia il tenore alcolico del prodotto.

Il Montiano è un vino importante, di certo non si apre e si degusta tutti i giorni, ma il suo profilo gusto-olfattivo non stupisce unicamente per la complessità ma anche per le ampie potenzialità in termini di abbinamento.

Un vino che mi piacerebbe regalare e ricevere in dono … e ovviamente degustare e far degustare.

Viaggio a Tufo – Le Cantine dell’Angelo

L’incontro con Angelo Muto, il patron di Cantine dell’Angelo, è un’altra pietra miliare della visita a Tufo. Si percepisce dal primo istante che ama la sua terra e ne è giustamente orgoglioso.

Si definisce “un agricoltore”, e la terra la conosce bene, tanto e vero che immediatamente ci inizia a spiegare come è fatto il paese di Tufo, come sono dislocati terreni, le forme di allevamento, la morfologia e il clima della zona. E conosce praticamente ogni palmo di quel territorio, così vocato per la produzione del Greco.

Intanto ci fa notare che Tufo e’ formato da tanti piccoli appezzamenti; e c’è una ragione storica, legata al fatto che nel passato l’agricoltura integrava e compensava il lavoro in miniera. Ognuno aveva un piccolo terreno che coltivava per il proprio fabbisogno di famiglia.
Ecco anche la ragione perché troviamo ancora una forma di allevamento sconosciuta altrove; la raggiera avellinese. Forma di allevamento alta che si sviluppa radialmente, ma con lo scopo primario di permettere la coltivazione di altro, sotto di essa.
Oggi è praticamente usata poco, e il guyot l’ha soppiantata per ragioni di praticità. D’altra parte la coltivazione dei terreni a Tufo è già talmente impegnativa che semplificarsi un po’ la vita non guasta.

I terreni qui, poggiano sulle vecchie miniere di zolfo, ed è frequente trovare rocce e parti di minerali cristallizzati che affiorano e che rallentano enormemente le attività in vigna. In più i pendii, che raggiungono anche i 450/500 metri, complicano ulteriormente le coltivazioni. Si assiste anche all’insediamento delle grandi case vinicole, come Feudi di San Gregorio o Mastroberardino, che hanno recuperato e messo a dimora appezzamenti impervi e non sfruttati nel passato. E’ il caso di Cutizzi, da cui prende il nome il cru dei Feudi.

Si assiste anche, purtroppo, all’abbandono di piccoli lotti da parte dei vecchi del luogo, i cui figli non seguono le orme dei genitori.
Di solito, i confinanti rilevano questi piccoli terreni allo scopo di salvaguardare e preservare un patrimonio cosi raro e prezioso Angelo rappresenta la terza generazione della famiglia impegnata nei filari, e a difendere una storia e una tradizione che ci rende famosi ovunque nel mondo, con un vino superlativo.

Praticamente coltiva uve di solo Greco, piantate in cinque ettari di vigna, collocati proprio sopra una parte della antiche miniere di zolfo nelle quali nell’800 arrivarono a lavorare quasi mille persone.
La zona delle vigne di famiglia si chiama Campanaro, quella che ha dato il nome al famoso bianco dei Feudi di San Gregorio (blend di Greco e Fiano) L’agricoltura di Angelo è a basso impatto, proprio come quella del nonno e del padre, molto attenta alla salubrità del suolo, viene da dire già di per se ricchissimo di zolfo.

Il colore dei suoi vini è giallo paglierino carico, tendente al dorato, con un po’ di frutta e tanta mineralista, al naso abbastanza intenso, in bocca ha un ingresso abbastanza morbido, la struttura poggia su basi molto solide, interessante tutta la beva sostenuta dalla freschezza. La sapidità spinta, la mineralità, la freschezza, ne fanno un bicchiere assolutamente tipico, da provare e, magari, da conservare per qualche anno.

Degustare i vini di Angelo, insieme a lui è ancora una volta la prova della sua capacità, l’amore per il proprio lavoro e quell’ospitalità del sud che difficilmente si trova altrove. Il primo, il “Vino delle Miniere”, nasce da un terreno che poggia letteralmente sulla vecchia miniera, tra i vecchi aeratori di questa e la polveriera che domina dall’alto.

Giallo dorato, fresco, di spiccata sapidità, testimonia un vino creato con la sapienza di chi vuole a tutti i costi preservarne l’origine, grazie al quale poter raccontare a tutti la storia incantevole di questi luoghi e della vita che vi si anima. Produzione media intorno alle 1800 bottiglie/anno.

Il secondo vino, “Torre Favale”, nasce da un piccolo cru in cima a un pendio, sui 400 metri slm in un posto panoramico e molto irto, caratterizzato da un terreno di struttura ciottolosa e fortemente segnato dalle emanazioni sulfuree del sottosuolo. Un grandissimo vino, subito premiato con i 5 grappoli, un fuoriclasse per grande qualità della materia prima, freschezza, eleganza e mineralità fuori dal comune.

Raffinata la presenza olfattiva raccontata da un autentico ed evidente timbro minerale e sulfureo, intercalato a toni più classici di agrumi e erbe aromatiche.

Piccola la produzione, che si attesta sulle circa 2000 bottiglie/anno. Facciamo una mini verticale e notiamo insieme come il risultato cambi ogni anno, ogni volta mostrando un carattere proprio, anche se sempre inquadrato nell’eleganza e nella tipicità del Greco di Tufo.
Molto bella l’etichetta e il rilievo in braille per i non vedenti.

I Baroli nel Cuore

Sabato scorso ho partecipato all’evento di degustazione “Barolo nel Cuore” di cui avevo parlato qui.

Ovviamente ho provato diversi prodotti da quelli che mi ero ripromessa, ma si sa che la curiosità in queste occasioni la fa da padrona e quindi come dire di no a Baroli e altre meravigliosità inaspettatamente presenti?

Rispetto all’elenco fornito sul sito e alla lista che mi ero preparata alcune aziende e vini non erano presenti, mentre altre non menzionate come partecipanti all’evento avevano il loro banchetto d’assaggio con tanti bei prodotti.

Visti tutti i vini provati credo sia opportuno contestualizzare i vari prodotti, che provengono da diverse zone all’interno di quel territorio così vocato ad ospitare le uve nebbiolo e destinato pertanto alla produzione del Barolo (e non dimentichiamo la Barbera e il Dolcetto).

Il territorio in questione comprende i seguenti comuni, una lista utile per chi decidesse di ampliare la conoscenza di tali luoghi: Barolo, La Morra, Serralunga, Monforte, Castiglion Falletto, Cherasco, Verduno, Roddi, Grinzane Cavour, Diano D’Alba e Novello, tutti in provincia di Cuneo.

Il territorio su cui sono collocati tali comuni presenta un’identità morfologica simile.
Si tratta di colline formatesi attraverso il sollevamento del livello del mare e pertanto ricche di formazioni calcaree; tuttavia le varie zone territoriali che compongono questa macro area presentano caratteri dissimili per quanto riguarda la specifica composizione del terreno che, come sappiamo, ha il potere di conferire caratteristiche diverse alle uve.

Il terreno compreso nei comuni di Serralunga D’Alba, Castiglione Falletto e Monforte, definito geologicamente come Tortoniano, è ricco di marne brune e grigie molto compatte che garantiscono al vino, prodotto da uve coltivate in questa zona, una maggiore struttura e longevità potenziale.

Il territorio rientrante nei comuni di Barolo e di La Morra, definito invece come Tortoniano, è caratterizzato da marne azzurre meno compatte, che conferiscono al vino, prodotto con uve coltivate in questa zona, una grande finezza dei profumi ma una minore struttura e longevità potenziale.

Comincerò quindi con il parlare di quei Baroli assaggiati all’evento, legati al territorio di La Morra e ai suoi singoli cru.

E già! Da tempo ormai gli stessi produttori hanno notato che singoli lembi di terra all’interno dell’intera area di produzione del Barolo conferiscono al vino caratteri ancora diversi rispetto a quelli generali, comuni nelle due macro aree principali, sopra nominate.

Dell’azienda Agostino Bosco, situata appunto nel comune di La Morra, ho voluto cominciare con l’assaggio della Barbera Superiore Volupta 2012, dall’ottimo rapporto qualità prezzo: una Barbera sicuramente molto fruttata che richiama i lamponi e le fragole in confettura, con sentori floreali di rosa e note speziate di pepe nero. Una Barbera di buona persistenza, con una lunga scia speziata e leggermente amaricante. La abbinerei molto volentieri, per la sua ottima freschezza (leggasi sempre “acidità”) e la sua piacevole speziatura, con delle costolette d’agnello panate.

Passiamo però ai due Baroli dell’azienda, provenienti da vigne (o cru) diverse e pertanto con due caratteri completamente differenti.

Il Barolo Neirane 2009, dall’omonima vigna nel comune di Verduno, caratterizzata da un terreno argilloso e sabbioso, appare ancora giovane, caratterizzato da una spiccata freschezza e note decisamente floreali.

Il Barolo La Serra 2009 presenta invece note molto più fruttate di confettura di prugne e frutti di bosco, seguire da delicati sentori erbacei e speziati. Le uve Nebbiolo sono in questo caso coltivate nell’omonimo cru “La Serra”, caratterizzato da un terreno calcareo e più ricco di scheletro rispetto a quello della vigna “Neirane”, e conferiscono al vino una persistenza maggiore, una decisa morbidezza e un’ottima bevibilità.

Un Barolo sicuramente da provare, al giusto prezzo di circa 35 euro, e magari da accompagnare ad un Filetto di Manzo su Fonduta.

In questo pomeriggio dedicato ai Baroli, una bella scoperta è stata l’Azienda Aurelio Settimo, sempre posizionata a La Morra, di cui ho potuto provare diverse annate, realizzate con uve provenienti dalla vigna “speciale” Rocche dell’Annunziata.

Il Barolo Riserva Rocche 2004, da un’annata eccezionale, presenta dei piacevolissimi profumi floreali di rosa canina e violetta, accompagnati da sentori speziati di liquirizia. Quello che stupisce all’assaggio sono la struttura piena e la morbidezza, seguiti da una lunga e calda persistenza che assolutamente non scade in note amaricanti.
Mi riservo di provarlo prima o poi con dei bocconcini di capriolo ai porcini.

Il Rocche dell’Annunziata 2008 è invece molto più fresco della riserva 2004, sempre con profumi floreali dominanti e delle note erbacee in più, balsamiche e resinose: un Barolo che esalta particolarmente il carattere naturale delle uve, senza presentare forti speziature e note legnose.

Il Barolo Rocche dell’Annunziata 2009, figlio di un’annata piuttosto fredda, ha un’acidità ancora più spiccata rispetto al 2008 e offre dei piacevolissimi profumi di violetta e sottobosco. Un Barolo con tannini in evidenza ma comunque integrati nella struttura e piacevoli all’assaggio.

Infine il Rocche dell’Annunziata 2010, il più giovane, con note fruttate di lamponi e prugne, floreali di violetta e con forti sentori speziati che richiamano il pepe e anche il tabacco: un Barolo che sembra già morbido, nonostante la tenera età, con un’ottima persistenza e che proverei molto volentieri con uno spezzatino di manzo e patate.

Passiamo ora al territorio del comune di Barolo, spesso conosciuto per il celebre Barolo Cannubi, e parliamo dell’assaggio del Barolo Sarmassa 2008, che prende il nome dall’omonimo cru, prodotto dall’azienda Brezza.

Un vino sicuramente notevole: al naso è ampio, con note di more e lamponi, violetta, sentori mentolati e di sottobosco e per finire note speziate che risultano molto persistenti all’assaggio.
Quello che stupisce soprattutto di questo vino è la grande freschezza accompagnata comunque da una grande morbidezza: un vino dalle grandi potenzialità d’invecchiamento.
Lo vedrei bene con un arrosto di cervo alle prugne con salsa al marsala e spero presto di verificare tale abbinamento.
Anche il prezzo è competitivo per questo Barolo di altissima qualità: lo si può trovare intorno ai 40 €.

Tra i vini messi che avevo messo in lista c’era anche il Langhe Nebbiolo 2013 sempre dell’azienda Brezza.

Anche se non si parla di Barolo, si tratta di un prodotto dotato di una buona struttura e complessità olfattiva, improntata su note vegetali, balsamiche e fruttate: un vini sicuramente meno strutturato di un Barolo ma con un buon equilibrio e tannini e vena alcolica integrati.
Un prodotto che proverei anche su delle paste all’uovo magari con un ragù di coniglio o di cacciagione.

Viaggiamo ora verso Sud-Est e arriviamo nell’area delle marne brune, giungendo a Castiglione Falletto.

Dell’azienda Agricola Sordo ho potuto assaggiare un’ampia gamma dei diversi Baroli in produzione, ognuno legato a vigne diverse, in grado di dare sfumature speciali e particolari alle uve Nebbiolo.

La versione base del Barolo Sordo 2011, la più giovane, appena imbottigliata, ha un profumo notevole, molto speziato e quasi piccante … lo vedrei bene abbinato ad una toma tartufata ai funghi o con il tartufo d’alba.

Il Barolo Monvigliero 2010 è sempre improntato su dei toni speziati e piccanti ma si presenta meno fresco, più boisè (termine elegante per indicare nel vino quei sentori legnosi tipici della maturazione in botte) e meno morbido.

Sia nel Barolo Base sia nel Monvigliero sono molto più evidenti le note floreali rispetto a quelle fruttate che, anche se presenti, sono ben nascoste dalla speziatura, che richiama i chicchi di caffè e la radice di liquirizia, e dai profumi di violetta appassita.

Il Barolo Rocche di Castiglione 2009 si discosta un po’ dai precedenti, dal punto di vista organolettico: è più fruttato, con note di prugna e fragola in confettura; le spezie qui riconoscibili sono più dolci.

Il Parussi 2010 presenta al naso degli spiccati aromi floreali di viola e geranio, le note fruttate invece si sentono appena e ricordano le more. Evidente è senz’altro la speziatura, con note di pepe e liquirizia. Un vino sicuramente tannico ma con una piacevole e lunga persistenza.

Il Barolo Gabutti 2010 rimane molto speziato ma si arricchisce di note erbacee e balsamiche: un prodotto veramente persistente e sicuramente tannico che necessita ancora di maturare per raggiungere un ottimo equilibrio.
Più fruttata è invece la riserva 2007, con note fruttate di ciliegia sotto spirito e vegetali di eucalipto che smorzano un po’ la componente speziata.
Sicuramente molto longeva e da invecchiamento questa riserva, data ancora l’evidente acidità, ma con un tannino già ben integrato e una componente alcolica importante ma non invasiva.
Si tratta già da ora di un Barolo eccellente, sicuramente impegnativo, specialmente dal punto di vista dell’abbinamento, ma senz’altro da provare in assolo, meglio se in una giornata fredda.
Mi riservo comunque di provarlo su una polenta al capriolo con funghi chiodini.

Spostiamoci ora nel territorio di Serralunga D’Alba con le sue numerose aziende e celebri cru.

Dell’azienda Vinicola Palladino ho avuto l’opportunità di provare 3 annate di Barolo Parafada, dall’omonima vigna sita nel comune di Serralunga D’Alba: la 2005, la 2007 e la 2009, molto diverse tra loro.

La 2005 è decisamente boisè e sicuramente molto meno morbida e fresca rispetto alle altre due.

La 2007 è quella che mi è sembrata più rotonda e gradevole all’assaggio, con note fruttate di lamponi e fragole, floreali di rosa appassita e speziature dolci di cannella e vaniglia. Un’annata con ancora una buona acidità e già un perfetto equilibrio tra tutte le componenti.
Un Barolo da provare assolutamente, visto anche il giustissimo prezzo di circa 35 €, con dei petti d’anatra in salsa di toma.
Meno morbida della 2007 ma più profumata e speziata della precedente è invece la versione del 2009, con un tannino che deve ancora maturare e una freschezza importante.

Un Barolo che ho apprezzato subito al primo sorso è stato il Barolo 2011 di Massolino: decisamente fruttato, con ricordi di ciliegia in confettura, prugne secche al rum … un prodotto veramente piacevole e persistente, che lascia il segno.

Un vino sicuramente meraviglioso se bevuto da solo e di abbinamento non proprio semplice: mi piacerebbe molto provarlo su un filetto di manzo con crema alla ricotta e pinoli e vedremo come va :).

Dell’azienda Gabutti Boasso ho assaggiato il Barolo Gabutti 2009, dall’omonimo cru in Serralunga D’Alba, improntato decisamente su toni floreali e speziati, caratterizzato da una grande intensità all’assaggio, da una netta tannicità e da una buona freschezza. Un Barolo sicuramente dai toni decisi, in attesa di una morbidezza che l’affinamento in bottiglia gli saprà dare.
Lo vedrei bene abbinato ad uno stufato di selvaggina ma bisogna sempre verificare!

Restiamo in Serralunga d’Alba con il Barolo Prapò 2008 di Ettore Germano. Un Barolo caratterizzato da sentori frutta secca e di spezie dolci, con ricordi di vaniglia, molto meno floreale rispetto al Gabutti già provato.
Un Barolo questo di Ettore Germano sicuramente persistente all’assaggio, dove emergono di più le note speziate di cannella.

Una menzione a parte, in quel di Serralunga D’Alba, spetta all’azienda agricola di Anselma Giacomo che adotta dei metodi di vinificazione naturali.
Tra i prodotti presenti ho assaggiato il Barolo Collaretto 2009 e la Riserva Vigna Rionda 2008.

Il Barolo 2009 ha un ‘ottima struttura e un buon equilibrio tra le componenti: si presenta veramente morbido e con tannini ben integrati.

La riserva Vigna Rionda, dall’omonimo e ormai sempre più celebre cru, è veramente speciale e presenta una marcia in più rispetto al Collaretto. Un vino ampio nei profumi e molto intenso all’assaggio, con una persistenza lunghissima. Un prodotto ottimo, dai profumi mentolati insieme a quelli floreali e fruttati.

Infine chiudo questo articolo, un po’ troppo lungo, descrivendo l’assaggio del Barolo Vigna Rionda 2010 di Pira Luigi.
Un vino molto corposo, quasi da masticare, mentolato e floreale, con decise note balsamiche e solo lievi note fruttate e floreali di ribes e rosa canina appassita.

Un Barolo veramente di grande persistenza, che mantiene comunque una buona freschezza e una componente alcolica perfettamente integrata nella robusta struttura: un vino già perfettamente equilibrato in tutti i suoi elementi e dalle grandissime potenzialità in termini di longevità.
Che dire? Un vino che mette in evidenza quel carattere così particolare e diverso che proprio la Vigna Rionda in Serralunga D’Alba riesce a conferire alle sue uve.
Ho quasi paura di rovinarlo con il cibo ma mi piacerebbe provarlo in abbinamento con un carrè d’agnello con timo e lardo di colonnata.

Ovviamente ci sarebbe ancora molto altro da dire e molti altri prodotti da descrivere presenti alla manifestazione organizzata dall’Enoclub Siena, ma l’evento di degustazione trascorso, dedicato al Barolo, mi è stato utile soprattutto per verificare di persona le diversità territoriali della zona di produzione del Barolo per riscontrarne i diversi contributi nel prodotto finale … uno studio che sicuramente va portato avanti, magari direttamente sul posto.

Arrivo!

Il Cenereto di Trappolini e i Rossi Versatili

Quando si parla di vino rosso spesso vengono immediatamente in mente i “grandi” vini rossi, quelli adatti ad accompagnare gli stufati di carni rosse, la cacciagione, i formaggi stagionati, tutti quei cibi e preparazioni importanti e ampie da un punto di vista gustativo.

Ecco quindi che diventano sinonimo di vero “vino rosso”, da riservare rigorosamente ai secondi piatti, quei grandi nomi noti a tutti: i Baroli, i Brunelli, i Sagrantini, i Nero d’Avola Siciliani, gli Amaroni e pochi altri.

I nomi riportati, fondamentali nel panorama vitivinicolo italiano, rappresentano però solo una piccola parte della grande varietà produttiva dei vitigni a bacca rossa presenti nel territorio.

E’ sicuramente indispensabile esaltare quelle che sono le produzioni veramente autoctone e uniche del territorio italiano, derivanti dalla cura e lavorazione di uve sangiovese, montepulciano, nebbiolo, così legate a determinate zone della nostra penisola e assolutamente rappresentative delle caratteristiche del territorio, tuttavia non bisogna dimenticare che questi stessi vitigni vengono anche coltivati in altre zone, differenti da quelle elette d’origine, dando spesso ottimi risultati anche se diversi da un punto di vista gustativo.
Le uve Nebbiolo vengono coltivate e lavorate anche in Valtellina, dove si produce il meno noto e diffuso, ma comunque di grande pregio, Valtellina Superiore.

Il Sangiovese, così legato all’immagine del Brunello, viene coltivato anche in Romagna (leggete qui e vorrete di certo provare questo Sangiovese), dando risultati ottimi e contribuendo alla realizzazione di vini di pregio.

Non contiamo poi tutta quella eccellente produzione di vini rossi che proviene dalla reinterpretazione sul nostro suolo dei più famosi vitigni internazionali: merlot, cabernet sauvignon, pinot nero e syrah, primi fra tutti, tra i vitigni internazionali a bacca rossa.

Detto questo, al momento della scelta di un vino rosso, non dovrebbero essere ricordati subito i nomi più famosi, solo quelle eccellenze di fama internazionale.
Esistono moltissimi altri vini rossi, magari con caratteristiche che si prestano molto meglio ad accompagnare ciò che desideriamo mangiare: perché è proprio da questo presupposto che si dovrebbe partire … la voglia di esaltare con un vino ciò che stiamo per mangiare e che magari abbiamo anche preparato e cucinato con cura.

Se abbiamo preparato dei bocconcini di pollo al limone, dobbiamo pensare subito ad accompagnarli ad un Sagrantino di Montefalco, magari giusto per stupire qualcuno con un gran nome e una bottiglia costosa?

I risultati migliori, per il proprio palato e spesso anche le proprie tasche, si fanno andando alla scoperta di altri vini che sicuramente per caratteristiche possono esaltare al meglio il piatto in questione da abbinare… e magari saranno anche molto piacevoli all’assaggio, diversamente da un Sagrantino, ma comunque ben meritevoli di essere bevuti: anche il vino più semplice può essere davvero delizioso se giustamente accompagnato.

Esistono, prodotti su suolo agricolo italiano, infinite tipologie di vini rossi, ognuno con caratteristiche diverse e sensazioni gustative diverse: pertanto anche quando stiamo preparando un piatto basato su ingredienti e cotture semplici abbiamo a disposizione una vasta gamma di prodotti ben adatti ad esaltarlo.
In un panorama così vasto è sicuramente facile perdersi, da qui il rifugiarsi all’ombra dei nomi conosciuti ma, se teniamo in considerazione quanto ricordato qui e ci informiamo sulle caratteristiche del vino che vogliamo acquistare, l’operazione non è così complicata.

In Italia non abbiamo solamente vini rossi strutturati, tannici e dal tenore alcolico elevato, adatti quindi ad accompagnare piatti dalla grande succulenza e struttura, ci sono vini rossi fermi in grado di sposarsi a piatti di carne alla piastra, paste asciutte con sughi particolari e, perché no, anche a piatti di pesce.

Il Cenereto in offerta a Eataly Roma
Il Cenereto in offerta a Eataly Roma

L’abbinamento del Cenereto di Trappolini

Alcune sere fa non avevo intenzione di mangiare qualcosa di elaborato, voglia di cucinare si, ma non avevo ne gli ingredienti ne il tempo per realizzare qualcosa di elaborato: allo stesso tempo, vista la giornata di festa (si, la domenica, anche nella sua fine, va festeggiata!), avevo voglia di bere un vino rosso … buono ma che non fosse ovviamente troppo strutturato.

Ecco quindi che ho deciso di aprire un vino che ho trovato in offerta al magico prezzo di 4,50 da Eataly: il Cenereto 2013 dell’Azienda Trappolini, un’azienda del Viterbese (situata a Castiglione in Teverina) di cui ho avuto già modo di apprezzare alcuni dei prodotti, come qui ad esempio.

Un vino a base di uve Sangiovese e Montepulciano, semplice nei suo profumi fruttati e floreali, di ciliegie, lamponi e petali di violetta, solo vagamente speziato con lievi note di liquirizia.

Un vino rosso di media struttura, con una moderata trama tannica, leggero come tenore alcolico ma comunque saporito e piacevole: un vino caratterizzato soprattutto da una buona acidità che lo rende versatile e spendibile anche per piatti basati su ingredienti e preparazioni semplici, come possono essere degli straccetti di pollo alla paprica e melanzane, un piatto gustoso ma che ho preparato davvero in poco tempo … e in poco tempo è finito anche il Cenereto.

Viaggio a Tufo – Le Cantine di Marzo

La storia di Tufo, comune in provincia di Avellino abitato da poco meno di mille anime, nasce da molto lontano. Il nome Tufo comincia ad apparire nei documenti associato al nome del principe longobardo Aione II, intorno alla seconda metà del secolo IX d.C. Questo condottiero, nel corso di uno dei suoi rientri a Benevento, percorrendo la valle del fiume Sabato, decise di edificare sulla collina posta alle spalle di Tufo un fortilizio per il controllo e la difesa di tutta la valle del Sabato.

La torre fortificata, prese il nome del principe e si chiamò Torre di Aione (Turris Aionis), divenuta successivamente Torrioni, paese confinante con Tufo, che sorge in posizione più elevata, sul versante destro della valle, alla testa di un vallone boscoso che confluisce nel fiume Sabato a monte di Altavilla Irpina.

In epoca più recente, nel 1647, Scipione di Marzo lasciò il suo paese natale di San Paolo Belsito vicino a Nola per fuggire alla peste che imperversava e si rifugiò a Tufo, dove iniziò la costruzione delle sue cantine. E qui portò per la prima volta un vitigno bianco locale, all’epoca chiamato Greco del Vesuvio oppure Greco di Somma, che rese celebre nel mondo il piccolo paese irpino: il Greco. L’uva venne presa nei dintorni del Vesuvio, e arrivò successivamente anche nell’aversano. Va infatti ricordato che Greco e Asprinio di Aversa condividono lo stesso biotipo.

Scipione di Marzio diventò così il creatore del vino Greco di Tufo. Oggi il Greco di Tufo è una delle quattro DOCG campane, insieme a Taurasi, Fiano d’Avellino e Aglianico del Taburno. Si nota subito come i tre quarti delle denominazioni di origine si trovino proprio in Irpinia, che si conferma territorio particolarmente vocato alla produzione vinicola italiana.
Il disciplinare del Greco di Tufo, permette la produzione in altri sette comuni, oltre a Tufo: Altavilla, Chianche, Montefusco, Petruro, Prata di Principato Ultra, Santa Paolina, Torrioni. Ma bisogna dire che, forse escluso Torrioni, che si trova sullo stesso versante di Tufo, il vino prodotto altrove ha caratteristiche meno nette, meno saline, minerali, e più fruttate. I terreni sono diversi, una volta attraversato il fiume Sabato: più sciolti, e l’esposizione ovviamente cambia completamente. Ciò incide nettamente sul prodotto finale.

Ma continuiamo con la saga di Scipione di Marzo, che intorno al 1648 prese possesso dei cunicoli medievali delle mura di cinta del paese dove installò la cantina e il palazzo di Marzo che oggi costituiscono il patrimonio architettonico dell’Azienda.
Site nel centro del paese, le Cantine e il Palazzo sono una parte integrante delle mura di cinta originarie del paese. Sopra la Cantina, il Palazzo fortificato seicentesco è caratteristico dello stile architettonico dell’epoca. Le cantine sono costituite da una serie di grotte e cunicoli scavati nel tufo che permettono di mantenere una temperatura costante tutto l’anno. La struttura della cantina su un dislivello di più di 20 m permette l’uso della gravità per lo spostamento del vino e del mosto, in questo modo traumatizzando il meno possibile il mosto durante il processo di vinificazione.

La visita al Palazzo e alle cantine è un tuffo nel passato, con stampe dei primi del novecento che raccontano la storia di Tufo e delle sue miniere, dell’emancipazione femminile e dei salari importanti dei dipendenti. E poi troviamo tutti gli strumenti usati in cantina nel passato: tini, bascule, tappatrici, pompe, ma anche un vecchio attrezzo (che oggi non potrebbe essere utilizzato) per aggiungere l’anidride carbonica dopo il degorgement degli spumanti.

Nel tempo i di Marzo si affermarono sempre più nella zona e accrebbero i loro possedimenti terrieri. Tutto tace fino al 1866, quando, si racconta che Francesco di Marzo, mentre era a caccia, a cavallo, sulle sue terre, vide dei pastori che bruciavano delle pietre per riscaldarsi.

Esaminando questa pietra Francesco di Marzo vide che si trattava di un pezzo di zolfo trovato sulle sue terre. Con questa scoperta, la famiglia di Marzo iniziò un’importante attività mineraria di zolfo naturale essenziale all’agricoltura che riforniva gli agricoltori della zona e che diede lavoro a più di 500 dipendenti fino all’inizio degli anni 1980 quando le miniere si esaurirono. Ancora oggi i vecchi stabilimenti di trasformazione dello zolfo sono un punto di riferimento di architettura industriale ottocentesca che viene visitata regolarmente da studenti di architettura.

Ma la saga dei di Marzo non si esaurisce qui: un ruolo fondamentale è stato svolto da Donato di Marzo, deputato e senatore tra il 1880 e il 1911, per lo sviluppo della ferrovia a Tufo e in tutta la regione.

Un altro nome celebre della famiglia di Marzo è Alberto, anch’esso negli anni venti fu deputato alla camera ed è ricordato anche come un grande sportivo e pilota di corsa automobilistica, nonché organizzatore della corsa automobilistica “Principe di Piemonte“.

Ritroveremo tutti questi nomi nelle etichette più famose della cantina, le DOCG, Greco di Tufo, Fiano di Avellino e Taurasi: Franciscus, Albertus e Donatus.

I di Marzo sono un’istituzione di Tufo, e oggi, dopo un po’ di anni passati un po’ in sordina, sono tornati di nuovo prepotentemente alla ribalta tra i migliori produttori del luogo. Nel recente passato le cantine sono passate sotto il controllo della famiglia di Somma, diretti discendenti diretti dei di Marzo. Il deus ex machina dell’Azienda è Ferrante di Somma che ha lanciato la nuova filosofia dei vini dell’azienda. Alla cortesia, la determinazione e la gentilezza, unisce competenza e un pedigree internazionale di altissimo livello, avendo studiato commercio dei vini in Borgogna e vissuto a lungo in Francia, Inghilterra e Russia.

L’azienda Di Marzo produce oggi tra le 100 e le 150 mila bottiglie, a seconda dell’annata, in quanto il livello qualitativo non è mai barattato con la quantità prodotta. Gli attuali possedimenti raggiungono i 23ha, per l’80% coltivati a Greco e la rimanente parte ad Aglianico.

Tufo è caratterizzata da terreni ricchi di argilla, ma soprattutto di zolfo, sia di origine fossile sia vulcanica. E mineralità sulfurea la si trova nettissima nel bicchiere.

La produzione dell’azienda è basata su tecnologie innovative, come ad esempio una pompa peristaltica, che permette lo spostamento del mosto senza causare traumi al prodotto. Si usa esclusivamente acciaio per la fermentazione dei bianchi, e la piccola barricaia è lasciata per il solo affinamento dell’aglianico. Oltre ai vini “classici”, troviamo anche anche uno spumante metodo classico, “Anni Venti” e uno charmat, “Tufaniello”, entrambi prodotti da Greco. E poi troviamo le romantiche pupitre e le cataste di bottiglie, che stanno lì a riposare placide per oltre 36 mesi sui propri lieviti. Produzioni attuale, sulle 3000 bottiglie/anno.

Dopo la visita nella cantina, passiamo in un locale, una specie di archivio storico, dove troviamo documenti dei primi dell’800, fatture, manuali, prescrizioni: insomma camminiamo nella storia dei di Marzio e di Tufo.

Dopo la visita al palazzo e alle cantine, ci avviamo alla degustazione, e dove ci limitiamo a provare i vini della linea “Cantine Storiche”. Il greco, Franciscus, il fiano, Donatus, il Taurasi, Albertus e l’aglianico DOC Irpinia, che ci colpisce particolarmente per la sua immediatezza, che quasi ci fa dimenticare di bere un aglianico.
Che bella scoperta! Il Greco è netto, tagliente, di un’acidità “dal collo lungo” come cita uno dei maestri della degustazione italiana e caratterizzato da una mineralista’ chiara e piacevolissima.
Credo proprio che questa bottiglia incarni lo spirito di Ferrante, deciso, chiaro e diretto. Il Fiano, al suo confronto, è molto più suadente, fruttato e di facile beva. Tuttavia, tutte queste bottiglie, si bevono con piacere e, come le definisce Ferrrante, sono “bottiglie da un quarto d’ora”, perché’ quello è il tempo che durano a tavola.

La visita alle Cantine di Marzo a Tufo finisce, ma dispiace lasciare questo edificio storico che ha fatto la storia di un paese e di un vino che ci invidiano in tutto il mondo.

L’Azienda La Tosa e i Bianchi dei Colli Piacentini

Qualche Domenica fa ho dato una sbirciata al reparto vini dell’Eataly Roma, alla ricerca di nuovi vini e di idee per gli abbinamenti da realizzare e testare.

Devo dire che ultimamente il settore vini si è parecchio arricchito di nuove aziende, di prodotti e spesso di incontri: proprio lì ho avuto modo di conoscere e soprattutto provare alcuni vini dell’Azienda emiliana La Tosa.

L’azienda si trova a Vigolzone, in provincia di Piacenza, in quei territori agricoli della DOC Colli Piacentini, famosi soprattutto per quei vini leggeri e frizzanti così tipici di questa parte della regione.

Tuttavia in questa zona, oltre ai vini frizzanti e a quelli leggeri e beverini, come ad esempio l’Ortrugo, si producono altri vini di grande struttura e complessità sia sfruttando i vitigni più locali, come la Barbera e la Croatina da cui si produce il Gutturnio (in versione base, classica e riserva), sia i vitigni internazionali, come ad esempio il Cabernet Sauvignon, che sembra dare degli ottimi risultati anche in questo territorio.

In questa occasione, però, voglio parlare di due dei vini bianchi fermi dell’azienda La Tosa che mi hanno inaspettatamente colpito e che ho apprezzato fin dal primo assaggio.

Sauvignon 2013 - Azienda  La Tosa
Sauvignon 2013 – Azienda La Tosa

Il Sauvignon 2013 mi ha veramente stupita per la sua particolare originalità: un Sauvignon ancora diverso da quelli alto-atesini e friulani, così ben conosciuti per i loro peculiari aromi vegetali.

Un vino veramente profumato e intenso all’olfatto con note dolci di pesca gialla, frutta esotica, agrumi, sentori floreali di glicine e leggere note vegetali di erbe aromatiche: quindi un Sauvignon più fruttato rispetto al suo parente alto-atesino e friulano, con note vegetali molto meno evidenti.

Ciò che colpisce è soprattutto la sapidità, molto persistente all’assaggio insieme alle note fruttate tendenti al dolce che conferiscono maggiore rotondità e corpo al vino.

Un vino che, per il suo caratteristico e direi irresistibile profumo, insieme alla sua importante struttura, si abbina molto bene con degli spaghetti al tartufo nero e funghi trifolati.

Deliziosa è stata anche la Malvasia di Candia Aromatica, vinificata in purezza e che qui porta il nome “Sorriso di Cielo”.

Malvasia Sorriso di Cielo 2013 - Azienda La Tosa
Malvasia Sorriso di Cielo 2013 – Azienda La Tosa

Sicuramente me ne aspettavo il profumo delizioso, proprio di questa Malvasia: note fruttate di mela golden, floreali di mimosa, sentori vegetali di salvia, un profumo fragrante di pane e note tostate di mandorle, una rinfrescante acidità e una buona sapidità che permane anche al termine dell’assaggio.

Una malvasia sicuramente di buon corpo e con una buona persistenza.

Per la sua sapidità e anche per la sua freschezza (leggasi acidità) si abbina molto bene a delle paste ripiene alla ricotta e alla zucca, con sughi a base di verdura e formaggi non stagionati e non piccanti: le tendenza dolce e in parte anche la grassezza di queste preparazioni danno quel quid in più al vino, rendendolo ancora più rotondo e quasi “dolce” all’assaggio.

Ho provato la malvasia “Sorriso di Cielo” 2013 dell’azienda La Tosa con dei ravioli ricotta e spinaci con crema di zucca e amaretto: un abbinamento veramente splendido, di facile realizzazione e di sicura riuscita.

Tortelli ricotta e spinaci con salsa alla zucca e amaretti
Tortelli ricotta e spinaci con salsa alla zucca e amaretti

Due vini (e due abbinamenti) che non possono che stupire piacevolmente … anche per quanto riguarda il prezzo!

Ora non mi rimane che provare qualche abbinamento con i principali vini rossi dell’azienda: il Vignamorello e la Luna Selvatica.

Un buon assaggio a tutti!